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Navigator, in Veneto ottimi risultati nonostante l’ostracismo della politica

Navigator, in Veneto ottimi risultati nonostante l’ostracismo della politica

La Corte dei conti tira le somme sull'efficacia dei navigator, con esiti insospettabili che variano da Regione a Regione. Il loro lavoro è spesso osteggiato dalle amministrazioni locali: ecco dove ha funzionato e dove no.

Inadeguata conoscenza dell’effettivo mercato del lavoro.

Suona come una stroncatura il giudizio emerso dall’indagine sul “Funzionamento dei centri per l’impiego” condotta dalla Corte dei conti e deliberata a fine settembre. Una pesante lacuna che, secondo l’analisi, impedisce ai CPI di costituire un concreto anello di congiunzione per un’occupazione sostenibile.

Proprio per fronteggiare questa inefficienza, al netto della scarsa offerta di lavoro legata al periodo pandemico, è stato istituito un sistema integrato di rilevazione delle opportunità occupazionali. Sistema – in pochi ne parlano – in totale gestione ai navigator, che tra le altre attività hanno così il compito di mappare le organizzazioni italiane, con l’obiettivo di incrociare le necessità tra imprenditori e beneficiari del Reddito di Cittadinanza.

Centri per l’impiego, le Regioni divise per metodi e risultati

A tal proposito è utile approfondire la lettura della Corte dei conti, soprattutto perché offre spunti in controtendenza alla superficialità con la quale il tema viene trattato di consueto.

Nel periodo compreso tra settembre 2019 e febbraio 2021 sono infatti ben 588.521 le imprese contattate per la rilevazione dei fabbisogni. Un numero che poteva essere di certo superiore, senza la campagna di denigrazione e l’eufemistica diffidenza di Confindustria ai danni dei tremila laureati selezionati.

Nello stesso lasso di tempo il numero di persone incontrate in tutta Italia per un primo appuntamento di accoglienza (e di bilancio delle competenze) supera addirittura il milione. Un valore che, sembra incredibile, si riduce a 489.054 se si considerano i soggetti presi effettivamente in carico, cioè coloro che hanno firmato il patto per il lavoro, una sorta di impegno tra CPI e beneficiario per costruire un percorso costellato di azioni formative propedeutiche, corsi e valutazione di opportunità professionali. Cifra iniziale quindi sforbiciata del 50% per mancanza di collaborazione tra centri e navigator.

Il dato spacchettato per singola Regione offre un approfondimento ancor più chiaro. Com’è possibile che l’Emilia-Romagna, a fronte di 128.281 persone accolte, abbia avviato appena 7.284 patti per il lavoro? Conti alla mano, appena il 5% degli accolti è stato poi seguito nel percorso previsto. Una percentuale irrisoria, capofila di molte altre situazioni meno drammatiche ma altrettanto sconcertanti. La Lombardia, ad esempio, si attesta sul 30%, dato accettabile se confrontato con i colleghi emiliani, ma nefasto se rapportato ai valori assoluti dell’Abruzzo. Vediamoli: nella regione del Gran Sasso i beneficiari accolti sono stati 37.363, con 19.282 presi in carico. I lombardi contano invece 55.857 persone colloquiate con solo 17.474 patti per il lavoro. Quasi duemila persone in meno nonostante l’importante quantità di primi appuntamenti.

Come mai? È evidente che la mancanza di un coordinamento centrale strutturato permette ai singoli territori di affrontare con completa autonomia e discrezionalità una materia che, troppo spesso, è stata derubricata a mero fallimento causato da navigator e dalla presunta allergia al lavoro degli stessi beneficiari. Per la Corte è invece essenziale una definizione chiara di regole che, pur garantendo flessibilità legate alle specificità territoriali, goda di un’organizzazione centrale. Si badi bene, non tanto per omologare il servizio, quanto per assicurare una maggiore verifica dell’operatività dei CPI, proprio sulla base delle esigenze regionali.

Inoltre, come si sottolinea nell’analisi, anche dal punto di vista informatico la messa a punto del sistema unico avviene con notevoli difficoltà per una non adeguata dotazione a livello locale e un collegamento in rete non adatto alle funzioni dei “nuovi centri”.

Veneto e navigator: la cooperazione più forte della strumentalizzazione politica. Mentre in Campania…

Infine, l’approccio diverso di ogni regione nei confronti di questa professionalità ha esacerbato le differenze, anche grazie ai casi virtuosi. Si pensi al Veneto, dove nonostante una campagna politica quasi demonizzante, ha prevalso lo spirito collaborativo. Su 16.436 beneficiari accolti, 11.599 sono stati quelli presi in carico, con una percentuale del 70%. Dato che rivela, ancora una volta, la possibilità di interpretare in modo proattivo una convivenza magari non sempre politicamente digerita. Trasformare problemi in opportunità, per intenderci.

Spieghiamo meglio. L’indagine della Corte dei conti, tra gli altri, propone anche un dato qualitativo, cioè il numero dei contatti con i beneficiari del Reddito di Cittadinanza, per verificare i singoli piani personalizzati di accompagnamento al lavoro. Nella Regione veneta a fronte di 10.154 piani (su, ricordiamo, undicimila presi in carico), ci sono stati addirittura 110.092 contatti successivi, sinonimo di un’attenzione certosina degli operatori nei confronti dei percettori.

Citiamo a confronto ancora una volta la Lombardia, che con 17.454 presi in carico ha strutturato appena 6.548 piani, ai quali sono seguiti 13.756 contatti di verifica. Una differenza abissale che, al netto della capacità dei CPI di trovare match tra domanda e offerta che si concretizzi in assunzioni, dimostra che offrire un servizio decente è possibile.

Altro dato interessante è quello campano, dove i navigator sono rimasti al palo per un anno senza una minima forma di collaborazione con i centri per l’impiego. Ebbene, nonostante il ritardo, i 51.604 accolti rappresentano in assoluto la buona volontà degli operatori, che sbatte contro gli appena 855 piani concretizzati e i 106 contatti successivi. Un vero peccato perché, a braccetto con il Veneto, la Regione presieduta dal governatore De Luca (altro storico oppositore politico della misura) vanta il maggior numero di imprese contattate per la mappatura dei fabbisogni delle imprese, a dimostrazione dell’impegno fattivo delle persone coinvolte nelle attività.

La mestizia dei navigator: tanto lavoro per cosa?

Ma in tutto questo che cosa ne pensano i navigator?

Il loro senso di scoramento, ancora una volta,  è rappresentato dai numeri. La truppa, dai 3.000 iniziali, si è ridotta sensibilmente e oggi conta poco meno di 2.500 risorse. A questo bisogna aggiungere il clima di incertezza che da sempre aleggia all’interno della categoria, e che a due mesi dalla scadenza contrattuale prevista ha il sapore di una storia ai titoli di coda; non tanto per l’impossibilità di un’ulteriore proroga, quanto per la mancanza di contenuti sostanziali in grado di sviluppare quel che di buono è stato prodotto in questi anni.

L’obiettivo dichiarato è di sopravvivere evolvendo, magari rientrando a supporto del programma GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori), il nuovo strumento di politica attiva pensato dal governo che coinvolge, oltre ai percettori del RdC, anche i lavoratori in cassa integrazione guadagni e in disoccupazione. Un interessante progetto suddiviso in cinque percorsi, dal reinserimento lavorativo per chi è facilmente ricollocabile, fino all’aggiornamento, alla riqualificazione e, oltre alla ricollocazione collettiva, ai percorsi di inclusione per i casi più complessi.

Per il momento la legge di bilancio incombe, e così anche una prima modifica sulla misura del RdC, con il Governo intenzionato a ridurlo in caso di rifiuto delle proposte di lavoro. E nel frattempo, tra una proposta e l’altra, il trentuno dicembre – data di scadenza della proroga contrattuale dei navigator – si avvicina a grandi passi, con la strada da percorrere ancora piuttosto in salita. Soprattutto se l’agenda politica e mediatica si limita a concentrare le forze su Green pass e neofascisti.

Photo credits: gelestatic.it