Dei ragazzi di una scuola di musica durante un concerto sinfonico.

Non togliete ai ragazzi le scuole di musica

Da Milva e Sanremo all'insegnamento in una scuola di musica: Vicky Schaetzinger e Alessandro Marra raccontano le forme del talento musicale e i modi migliori per coltivarlo.

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Due storie diverse. Lei si chiama Vicky Schaetzinger, è una pianista eclettica, capace di passare da Battisti a Chopin, da Bill Evans a Keith Jarrett; e forse non è un caso che per quindici anni abbia accompagnato Milva al pianoforte. Lui si chiama Alessandro Marra ed è un violinista classico. È uscito dal Conservatorio Rossini di Pesaro, e dopo una lunga parentesi londinese ha suonato per anni nell’orchestra sinfonica di Sanremo. Due storie lontane che hanno in comune due cose preziose: la passione per la musica e il desiderio profondo di trasferire questo nobilissima forma d’arte alle giovani generazioni.

 

“Ho lasciato i concerti per la mia scuola di musica. Il vero talento è l’applicazione”

Siamo nell’ufficio di Vicky Schaetzinger, amministratrice e direttrice artistica della Cluster, la scuola di musica che ospita a Milano oltre mille allievi accreditata dalla Regione Lombardia e riconosciuta dal Conservatorio di Milano. Una case history di successo in un momento in cui l’industria musicale è in sofferenza. Per Vicky la Cluster, situata in una palazzina di tre piani in via Mosè Bianchi, è una seconda casa; una postazione di comando, visto che in quell’ufficio ci passa ore e ore, a organizzare riunioni con gli insegnanti, saggi degli alunni e cori per ragazzi e adulti. Sopra la scrivania campeggia un motto in inglese: Do what you love, love what you do.

Vicky Schaetzinger, amministratrice e direttrice artistica della Cluster.

 

Cos’è, il tuo motto? La tua filosofia? È a queste parole che chiedi di ispirarsi a coloro che si presentano all’iscrizione della tua scuola?

Vicky mi guarda sorridendo perché sa che la sua risposta è diversa da quello che mi aspetto.

Ai giovani o anche ai meno giovani che vogliono suonare uno strumento musicale, o che vogliono prendere delle lezioni di canto, chiedo prima di tutto quanto tempo hanno.

Davvero? Soltanto questo?

Certo, e ti assicuro che non è poco. Soprattutto a coloro che hanno ambizioni di diventare musicisti o cantanti chiedo quanto tempo hanno per studiare, per applicarsi e poi ancora applicarsi e poi ancora studiare. E sai perché? Perché sono profondamente convinta, anche in base alla mia esperienza di musicista, che con il solo talento, anche se grande, noi fai nulla se non c’è lo studio, l’applicazione e la dedizione totale alla musica. Il vero talento è la capacità e il coraggio di sacrificare cose importanti per realizzare la tua passione. Nell’immaginario di molti giovani c’è l’idea che bastino tre ore alla settimana, ma non è così. Non vorrei scadere nella retorica, ma io dico sempre agli allievi di Cluster che per fare i musicisti bisogna essere univoci, non perdersi in mille sollecitazioni che vengono dall’esterno. Se vuoi amare la musica è una cosa, ma se vuoi sposarla è un’altra. I talent, ad esempio, sono una vetrina importante, ma non è detto che se ne vinci uno sei arrivato. Se non studi prima o poi la tua esibizione sarà un ricordo sfocato. Guai a pensare che l’esibizione debba essere l’obiettivo finale. Quello è un passaggio importante, ma se ci arrivi poco attrezzato non resterà nulla né a te né a chi ti ascolta.

E con i tuoi insegnanti sei altrettanto esigente?

Assolutamente sì. La chiave degli insegnanti di Cluster è l’empatia. Chiedo loro di entrare nella sfera emozionale degli allievi per riuscire a formare al meglio il loro percorso didattico.

Facciamo un passo indietro. Torniamo alla Vicky musicista, appassionata pianista dall’età di sei anni.

Già, devo tornare indietro di tanti anni. Sì, ne avevo sei quando ho iniziato a studiare pianoforte. Come nasce quella passione? La signora Sonia, un’insegnante privata, veniva a casa nostra a impartire a me e a mia sorella lezioni di pianoforte. Poi le mie sorelle hanno smesso, e così smisi anch’io. Quando però mio padre morì – avevo otto anni e mezzo – sentii che dovevo tornare a suonare e a studiare. Mia madre capì che forse quella era la mia strada e così ripresi le lezioni entrando alla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado. Mi diplomai in conservatorio e contemporaneamente alla Scuola Civica Jazz.

Il corollario di questa prima fase mi pare che si chiuda con la borsa di studio alla Scala di Milano.

È così. Ma a quell’epoca accadde qualcosa di importante: iniziai a insegnare pianoforte in un circolo Arci, nell’ex sala prove degli Equipe 84. Ed è allora che venni assalita da un dilemma che mi avrebbe accompagnato negli anni successivi.

Cioè?

Sembrerà strano, ma quando insegnavo ero felice, mentre quando lavoravo alla Scala non ero contenta. Tant’è che dopo qualche tempo scrissi a mia madre e le dissi che avrei scelto l’insegnamento.

Non sarà stata contenta.

Per nulla. Sapevo di darle un dolore dopo tutti i sacrifici che aveva fatto, ma quello era il mio stato d’animo.

In realtà il dilemma si scioglierà soltanto anni dopo. Anzi, accanto all’insegnamento inizia per la pianista l’era dei grandi concerti. Vicky Schaetzinger incide un disco con la Emi Classics diretto dal maestro David Searcy, e in seguito inizia a suonare e a fare concerti con una grande musicista, il primo violino della Scala, Anahi Carfi.

Devo dire che non ho mai pensato ai soldi o alla carriera. Importante era suonare con grandi artisti; mai da sola. Cercavo sempre qualcuno che suonasse con me. A differenza di molti pianisti, non ambivo alla carriera da solista. Fu allora, tra l’altro, che scoprii la mia vena eclettica. Fondai un gruppo di tango, “TangoSeis”, con il quale suonai per anni in tutti i teatri d’Italia ed Europa (anche a Buenos Aires) e che mi diede una grande esperienza musicale, ma soprattutto mi fece capire che la mia vera natura non era prettamente classica ma borderline.

È forse per questo che sei entrata così in simbiosi con Milva?

Credo di sì. Milva, come dimostra tutto il suo repertorio, è davvero stata un’artista eclettica, capace di passare da Bertold Brecht ad Astor Piazzolla ai classici. Avevo 28 anni quando incontrai e conobbi Milva in un teatro. L’empatia scattò immediatamente. Da allora abbiamo fatto tantissime cose assieme, dal tango argentino alla musica pop, dalla canzone francese fino alla musica contemporanea. È stata un’esperienza irripetibile che è durata quindici anni. Oltre a collaborazioni teatrali durate anni, come ad esempio lo spettacolo con Neri Marcorè, Un certo signor G, con musiche di Giorgio Gaber, che vinse tantissimi premi.

Ma il tarlo di quel dilemma tornò, immagino.

Proprio così. Mentre facevo concerti continuavo a insegnare all’Arci, avevo circa sessanta allievi. Poi un giorno al circolo Arci incontrai e conobbi Massimo Dall’Omo, chitarrista moderno. Da quell’amicizia nacque la prima idea di fondare una scuola di musica, che si concretizzò nel 1999 con la nascita di Cluster. Non avevamo tanti soldi, ma in compenso avevamo tanta volontà e passione. Non è stato facile cominciare con ottanta allievi e pochi insegnanti. Nel 2006, in una nuova sede, arrivammo a trecento allievi e dodici insegnanti e ci sembrava di toccare il cielo. Oggi abbiamo l’onere e l’onore di gestire oltre mille allievi e quaranta insegnanti, con un certo orgoglio. Certo, anni fa decisi di abbandonare l’attività concertistica e di dedicarmi interamente allo sviluppo di Cluster.

Quando nacque questa scelta?

Sono in grado di dirti la data esatta in cui qualcosa si ruppe. 7 marzo 2009. Mi trovavo a New York con Marco Albonetti, sassofonista di rara bravura, ed eravamo alla Carnegie Hall. Avevo appena concluso una tournée teatrale con Neri Marcorè su Giorgio Gaber. Il giorno dopo il concerto dovevo tornare a Milano, perché iniziavo le prove di un nuovo spettacolo e due giorni dopo avevo un concerto con Milva al Blue Note. Mentre suonavo in una delle sale più prestigiose al mondo pensavo all’aereo del giorno dopo. Ti rendi conto in quale bulimia mi ero inserita? La musica era diventata una rincorsa continua da un progetto all’altro, da un teatro all’altro, da una città all’altra. Era una corsa. Una corsa senza ritmo. Nel 2014 smisi definitivamente tutta la mia attività. Avevo avvisato i miei collaboratori due anni prima affinché si organizzassero per sostituirmi. Quell’anno ci fu il trasferimento di Cluster nell’attuale sede di via Mosè Bianchi, e via, una seconda fase della mia vita aveva inizio.

Rimpianti?

Assolutamente no. Oggi ti posso dire che niente è più gratificante dell’immensa energia che gravità intorno a questa scuola. È una gioia vivere con tante persone che sono lì per la stessa cosa: l’amore per la musica.

 

Dall’orchestra di Sanremo all’insegnamento, erede di Rossini.

Alessandro Marra è nato nel 1970 a Osimo, una cittadina di 35.000 abitanti della zona del Conero, in Provincia di Ancona. All’età di 19 anni si diploma in uno dei templi della musica italiana, il conservatorio nato per volontà testamentaria di Gioacchino Rossini. In un passo del testamento rossiniano compilato il 5 luglio 1858, dieci anni prima della morte, il musicista pesarese aveva infatti disposto: “Quale erede della proprietà nomino il comune di Pesaro, mia patria, per fondare e dotare un liceo musicale in quella città (…)”.

Alessandro tuttavia non considera il diploma del conservatorio un punto di arrivo, ma un punto di partenza della sua carriera di artista. Così si trasferisce a Londra per quattro anni, dove si perfeziona in un altro dei luoghi principe della musica europea: il Royal College of Music, fucina secolare di grandi musicisti. “Dopo Londra – racconta Alessandro – inizia il lungo viaggio nelle orchestre sinfoniche italiane, dall’Orchestra Sinfonica della Rai al Teatro la Fenice di Venezia fino all’Orchestra Sinfonica di Sanremo, dove ho vinto il concorso nel 2001. Dal 1996 collaboro regolarmente con l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, della quale sono poi diventato membro stabile. Negli ultimi anni ho deciso di lasciare Sanremo e di dedicarmi anche all’insegnamento in una scuola pubblica”.

Il Maestro Alessandro Marra (Photo credits: Bruno Severini).

 

Ci torniamo, sulla tua passione per la formazione musicale giovanile. Prima però vorrei che mi raccontassi qualcosa da dietro le quinte di questa kermesse sanremese che ogni anno dal dopoguerra tiene incollati gli italiani alla tv per cinque giorni.

Intanto mi ricordo le tredici ore al giorno passate all’Ariston nel periodo delle prove. Davvero una grande fatica. Mi chiedevi dell’esperienza del Festival? Direi che è poco più che coreografica. Dal punto di vista artistico, come puoi immaginare, non è granché interessante. Tieni conto che la sinfonica di Sanremo ha un repertorio classico, la musica pop è soltanto una parentesi. Fatte queste considerazioni che potrebbero sembrare irriverenti, pensando a quegli anni, devo dire che è stata un’esperienza importante e unica; soprattutto per l’atmosfera che si respirava dietro le quinte, per i rapporti umani che si intrecciavano con gli altri membri dell’orchestra o con gli artisti che partecipavano al festival. Ricordo di aver conosciuto artisti, a telecamere spente, preoccupati per la loro performance come se fossero all’esordio.

C’è qualche episodio che ti ricordi in modo particolare?

Ce ne sarebbero tanti, ma c’è un anno che mi è rimasto impresso particolarmente: il 2004, quando le grandi major decisero di disertare Sanremo, togliendo così al palco dell’Ariston la presenza dei grandi big italiani e internazionali. Gli indici di ascolto erano crollati e nei volti di Tony Renis e Simona Ventura, presentatori del festival, si vedeva la paura di un grande flop. A quel punto Tony Renis chiese aiuto a un suo vecchio amico, Adriano Celentano, che risollevò con la sua presenza e con un’audience da stadio le sorti del Festival.

Mi raccontavi, tuttavia, che nel tuo dna non c’è soltanto l’animo dell’artista, ma anche quello dell’insegnante, con una voglia matta di coinvolgere i giovani.

Tutto è iniziato quando la scuola di musica Marche Music College mi ha chiamato per una collaborazione. Avevano bisogno di un esperto che curasse un gruppo strumentisti ad arco che doveva registrare colonne sonore di film e documentari prodotti dai corsisti. Esaurito questo lavoro abbiamo deciso di continuare autonomamente. Da un paio d’anni il gruppo, Marche Music College Orchestra, fa concerti in giro per l’Italia. Sono circa trenta ragazzi. Alcuni studiano in conservatorio, altri studiano in scuole private di musica come la Bettino Padovano di Senigallia, che è la nostra sede, oppure vengono dal Liceo Musicale Rinaldini di Ancona, dove io stesso insegno. Per loro è un’esperienza davvero formativa e culturalmente rilevante, soprattutto perché questa attività concertistica consente loro di suonare assieme cose importanti davanti al pubblico. E ti assicuro che di questo sono molto orgogliosi, li motiva molto ad andare avanti.

Un gruppo di archi farebbe pensare a un repertorio strettamente classico, invece tu mi raccontavi che non è così.

C’è ovviamente un repertorio classico, ma abbiamo scelto di fare anche altro, come la musica minimalista del Novecento, o per altri versi la musica che accompagna i film che hanno preso l’Oscar, come ad esempio La Vita è Bella o Star Wars. Insomma, avrai capito che per l’orchestra Magic Music College c’è un futuro concertistico e artistico di cui vado orgoglioso.

Violiniste della Marche Music College Orchestra (Photo credits: Bruno Giulianelli)

 

Concerto della Marche Music College Orchestra al Teatro La Nuova Fenice, Osimo (Photo credits: Bruno Severini).

Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏ [ Guarda tutti gli articoli ]

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