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Cosa si perdono i giovani, cosa si perde il lavoro

Cosa si perdono i giovani, cosa si perde il lavoro

Giovani, scuola e lavoro. Dov’è il problema? Quali sono i nostri margini di intervento, e quali gli obiettivi da porsi per rinnovare il mondo lavorativo?

Lucio Zanca

20 Luglio 2022

Oggi tutti stanno giocando in difesa. I giovani arretrano, si bloccano o fuggono perché temono il mondo del lavoro che appare loro come una giungla, e stanno perdendo gradualmente la speranza di poterla affrontare. Il mondo del lavoro si arrocca in verdetti taglienti verso i ragazzi per giustificarsi davanti all’incapacità di riconoscerli e coinvolgerli, mostrandosi sempre più chiuso nelle sue dinamiche interne: un ambiente pieno di criceti che corrono nelle rispettive ruote alla ricerca spasmodica di quello che gli serve, ma che faticano a trovarlo, perché i piani di comunicazione sono sfalsati rispetto alle esigenze del mondo attuale e non allineati alle caratteristiche dei giovani contemporanei.

Il mondo del lavoro è ancora oggi poco incline alle trasformazioni necessarie, e quando queste ci sono appaiono lente e faticano a produrre nuovi germogli. La società sta cambiando nelle sue fondamenta e all’interno di un sistema spesso indecifrabile ci sono i giovani, che rappresentano, per loro stessa natura la modernità, la contemporaneità e il nuovo. Una auspicabile osmosi fra questi due mondi sarebbe di fondamentale importanza per entrambi, per l’intera società.

Occorre innescare un dialogo costruttivo, non episodico, creando situazioni dove si riesca a progettare insieme, a produrre uno scambio di conoscenze e valori senza preclusioni, dove unirsi significa generare nuove competenze di grado più elevato, che si sposino in modo conveniente e adeguato con il presente. Un dialogo generativo.

Il nuovo ruolo della scuola nell’orientamento

I giovani d’oggi si trovano stretti fra scuola e mondo del lavoro. Con una scuola che forma competenze spesso solide, ma che non riesce a tenere il passo dei repentini mutamenti in atto nella società, e pertanto a svolgere quel ruolo di primo orientamento nel lavoro che le verrebbe richiesto. E con un mondo del lavoro che tira dritto per la sua strada senza interrogarsi sull’altra misteriosa giungla che è il mondo dei giovani, un ricco bacino di ricambio generazionale fatto di creatività, freschezza, energia, nuove potenzialità, nuove idee, nuovi valori.

Giovani, scuola e mondo del lavoro sono le tre componenti di un unico discorso da affrontare partendo dall’analisi precisa di esigenze, obiettivi e rispettivi ruoli. Un punto di vista organico che si espliciti in un progetto da una parte culturale (mentalità e consapevolezza) e dall’altra attrattivo (pratico e concreto). Serve conoscere chi sono i giovani contemporanei e metterli poi nelle condizioni di comprendere e accostarsi senza timore al lavoro.

Ai giovani va chiesto di essere più consapevoli del proprio ruolo, allenandoli a prendersi la responsabilità di tutto ciò che dipende da loro e a svincolarsi dal delegare solo alla scuola, all’università, alle proprie famiglie o alle aziende le scelte per il proprio futuro. Non si può chiedere loro di essere solo contenitori di competenze da applicare, ma di essere più attivi nella progettazione della propria strada. Del resto a generare crescita nelle persone sono le domande che incuriosiscono, che stimolano alla ricerca, che spingono all’approfondimento, che accendono la luce della speranza verso qualcosa di fattibile da affrontare con coraggio, competenze e sperimentazione.

Il mio desiderio è veder nascere un percorso human oriented che faccia crescere nei ragazzi la disponibilità a imparare, a formarsi e informarsi. Un processo evolutivo che accenda la luce della speranza verso qualcosa di fattibile, un cambio di passo che si realizzi spiegando, discutendo e coinvolgendoli con continuità. A molte aziende può sembrare una perdita di tempo spiegare ai giovani il mondo del lavoro; invece è l’unico modo per rendere le persone coscienti e motivate, e per accelerare gli inevitabili processi di rinnovamento.

Scuola e lavoro per formare l’uomo nuovo

Il mondo del lavoro è sempre più variegato. Enti, istituzioni, aziende, parti sociali, imprese e professioni costituiscono un panorama complesso molto difficile da comprendere per chi, finiti gli studi, si trova ad affrontarlo per la prima volta. Un insieme di possibilità, ruoli e professioni di cui i nostri giovani nel concreto conoscono poco o nulla. Eppure, se penso all’innovazione digitale a cui le governance chiedono di adeguarsi, come può attuarla un’organizzazione senza dei giovani? Penso alla sostenibilità, altro tema prioritario nella scala dei valori delle nuove generazioni: come può essere immaginata senza ascoltare chi dovrà attuarla nel prossimo futuro? Come si fa a rendere i giovani coscienti, preparati, motivati e seriamente coinvolti? Quale può essere il vero acceleratore di un progresso sostenibile?

Il primo passo è che nel tavolo del mondo del lavoro ci sia un nuovo approccio culturale e attrattivo che agisca nella direzione di un dialogo proficuo con i giovani che hanno qualcosa di interessante da mettere a fattor comune. Giovani che esistono, e sono la maggioranza. Un progetto da attuare attraverso strategie di breve e lungo raggio, utili a conoscere a fondo le potenzialità e le risorse che il mondo giovanile può donare, per progettare il futuro con apertura, dialogo e metodo, per essere formati e informati su quelle figure e organizzazioni che sanno già muoversi con disinvoltura con i giovani, perché ne hanno studiato i comportamenti, le esigenze e ne conoscono le dinamiche singole e di gruppo. Perché uno dei compiti fondamentali del mondo del lavoro è anche di formare, oltre che di attrarre.

La scuola, oltre al dovere didattico-educativo di formare a competenze solide, può avere anche una nuova posizione dentro un rinnovato progetto di orientamento adeguato ai tempi. Il mondo del lavoro è parcellizzato in tanti indirizzi, e il giovane, quando riesce a posizionarsi bene, è perché in qualche modo è riuscito a formarsi al ruolo; ma questo avviene con tanta fatica, e soprattutto dopo l’ingresso effettivo nel mondo del lavoro.

La scuola e il mondo del lavoro hanno entrambi la responsabilità di formare anche l’uomo nuovo, l’uomo del futuro. Ma il sistema attuale aiuta il percorso? Quali sono e saranno i modelli di riferimento dei giovani? Nessuno lo ha ancora compreso bene. Immagino che il sistema richiederà un essere umano capace di lavorare in team relazionandosi allo stesso tempo con macchine, tecnologia, intelligenza artificiale e naturalmente altre persone. Un insieme di dinamiche relazionali e professionali che andranno necessariamente studiate e adeguate al nuovo che avanza.

Quale può essere il ruolo della scuola in questo nuovo scenario? Forse di fornire più cultura generale, di insegnare il pensiero critico, di formare al pensiero complesso, al senso civico, al senso dello Stato, al senso di comunità, e di porre più attenzione alla sostenibilità trasmettendo quei valori etici, morali e ambientali che possano poi andare di pari passo con gli aspetti tecnici e le competenze specifiche richieste nei nuovi scenari professionali.

In questo scenario in continua evoluzione serve un deciso cambio di passo con una scuola che formi a nuovi modelli di pensiero e d’azione, unisca i bisogni dei giovani e del mondo del lavoro in modo sostenibile, attraverso nuove sfide didattiche e formative che diano delle risposte concrete ai bisogni reciproci. L’inserimento del giovane deve avvenire con un percorso integrato tra tutte le componenti, un percorso unitario tra scuole superiori, università, ITS e mondo del lavoro.

Un lavoro con le persone al centro

E il mondo del lavoro, appunto? Dovrà impegnarsi di più per creare un legame forte con i ragazzi e la scuola, un rapporto da coltivare con continuità durante il ciclo degli studi per ridurre subito le distanze iniziando a formare, orientare e progettare insieme. La nostra è l’epoca del pensiero parcellizzato, degli slogan, del tutto e subito, dove il giovane è visto come una funzione in un sistema lavoro che si muove con degli schemi che per i ragazzi non funzionano più, dove la scuola è lasciata spesso troppo sola.

Serve anche riprogettare dei corpi intermedi di sussidiarietà e di interscambio, come lo erano oratori, società sportive, circoli, campetti e le comunità, fondamenta dello sviluppo sociale perché si basavano sull’esperienza diretta di relazione e scambio. Quei luoghi dove i giovani si formavano ad essere proattivi piuttosto che reattivi.

La scuola è un corpo intermedio tradizionale che ha resistito all’avvento dirompente degli ambienti digitali, ed è in questa posizione che può riprendersi un ruolo nuovo, forte, significativo, decisivo. Una scuola/laboratorio di formazione interattiva, con occasioni di scambio con il mondo del lavoro che servano prima di tutto alla formazione della persona, e poi all’orientamento e alla formazione specifica.

Un percorso che deve proseguire anche dentro le aziende, chiamate oggi più che mai a ripensare il proprio impegno nell’inserimento dei ragazzi. Le organizzazioni devono pensarsi anche come ambienti intermedi di sussidiarietà dove avvenga in modo naturale il passaggio continuo e fluido di competenze, visioni, regole e motivazioni.

Il dialogo è sempre stato lo strumento più forte per lo sviluppo dell’essere umano. In questo momento dobbiamo metterci tutti in gioco per riaccendere la speranza negli occhi dei nostri giovani, mettendo le umane risorse al centro di tutti i discorsi. Perché comprendere anche i giovani all’interno del processo di progettazione significa guardare insieme l’orizzonte, unendo saggezza ed esperienza con freschezza ed entusiasmo.

Questa citazione di Bob Dylan dà tutto il senso di quello che possiamo fare insieme.


“Essere giovane
vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza,
anche quando il mare è cattivo
e il cielo si è stancato di essere azzurro”

Leggi il mensile 114, “Il silenzio degli indigenti“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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