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Pulizia degli ospedali: dare l’esempio in prima linea, anche se non richiesto

Pulizia degli ospedali: dare l’esempio in prima linea, anche se non richiesto

Bilancio di fine anno da Viero Negri (Amedea Servizi): la gestione in prima linea delle operazioni di pulizia in ospedali e strutture sanitarie in emergenza COVID-19. E gli intralci dovuti a lentezza e disorganizzazione degli organi pubblici.

Stefania Zolotti

22 Dicembre 2020

La criticità nel gestire la paura dei propri collaboratori a buttarsi in prima linea contro il COVID-19 Viero Negri me la mette in elenco in mezzo a tutte le difficoltà che mi racconta come bilancio di fine anno ancora immerso senza sosta nelle attività di pulizia di ospedali e strutture sanitarie private, così come di aziende e attività di ristorazione collettiva.

Poi cosa intendo per pulizia lo spiego presto dato che mi fa subito capire quanta confusione terminologica sia stata creata in questi mesi nel linguaggio dei media ogni volta che si parla di virus. 

È uno dei quattro soci fondatori nonché direttore tecnico commerciale di Amedea Servizi, società in global service nata a fine 2006 e presente su tutto il territorio dell’Emilia Romagna, chiaramente con Bologna come epicentro ma anche con importanti attività operative su Ravenna e Forlì, fino a Reggio Emilia.

L’emergenza vista coi propri occhi

“Ci siamo da subito attivati attraverso il nostro RSPP (Responsabile Servizio Prevenzione e Protezione) per la redazione e diffusione delle corrette procedure anti-Covid 19 sia all’interno dell’azienda che con i propri familiari. Poi ho ritenuto necessario in prima persona far comprendere ai nostri operatori che utilizzando correttamente tutti i DPI sarebbero stati al sicuro ma la paura ha iniziato a circolare più in fretta del virus perché non si era mai avuta una simile condizione di emergenza. Molti avevano paura non solo per sé ma anche per familiari immunodepressi. Non ho avuto alternative: più e più volte all’inizio mi sono messo in prima linea entrando prima di tutti loro negli ambienti a rischio. Coperto con la classica tuta tyvek e con tutti i DPI del caso: non potevo fare altro per dimostrare alla mia gente che non era sola e che l’azienda era al loro fianco. E poi avevo bisogno di capire e vedere coi miei occhi la reale situazione e valutare l’efficacia dei prodotti; tutte le competenze acquisite negli anni precedenti di studio e lavoro in campo chimico si sono rivelate preziose: capire esattamente la scala dei pH o l’efficacia e reazione dei prodotti è stato indispensabile tanto quanto avere dimestichezza con l’organizzazione del lavoro in emergenza, la gestione dei tempi, la conoscenza delle procedure”.

Viero Negri durante una delle operazioni di pulizia presso le strutture sanitarie.

“Basti pensare all’irroratore che vedete in spalla nei servizi televisivi: quello deve contenere la soluzione di disinfettante idonea in relazione all’area da trattare: al suo interno possono essere inseriti in diluizione i 3 prodotti ammessi dall’ISS che sono alcol, ipoclorito di sodio (cloro) o perossido di idrogeno; noi, nei reparti Covid, abbiamo sempre usato solo disinfettanti a base di alcool oltre il 70% perché abbiamo ritenuto essere il più rapido ed efficace. L’insistenza delle chiamate di intervento è stata un fiume in piena nella seconda ondata del virus e mi sono ritrovato a intervenire anche quando i nostri capi area non erano sufficienti a coprire le richieste. Lo so, ho rischiato in prima persona e continuo a farlo anche se nessuno mi avrebbe mai potuto obbligare. Sono felice di averlo fatto”.

Il lavoro di chi pulisce per noi

A chi lavora nelle pulizie viene chiesto un doppio requisito: resistenza allo sforzo fisico e grande capacità di comportamento. Poi serve un immenso spirito di gruppo. Il loro è un lavoro in cui nel 90% dei casi ci si muove in coppia perché, se succede qualcosa, c’è qualcuno lì accanto a monitorare e intervenire. 

Le loro attività,  per sanificazioni in emergenza Covid, funzionano in tre tempi: sanificazione a base di alcol irrorato – pochi secondi, giusto il tempo di entrare e nebulizzare ovviamente anche muniti di maschera FFp2 – dopo dice si attende l’evaporazione del prodotto a finestre aperte e si procede con il lavoro degli operatori addetti alla sanificazione manuale di tutte le superfici con materiale monouso. L’ultimo passaggio si fa lavando la pavimentazione con un prodotto a base cloro. Semplificando, per sanificare una camera di degenza da due posti letto occorrono circa 30 minuti.

Decidiamo di concentrarci per l’intervista solo sul lavoro svolto in ambito sanitario perché è lì che ha potuto raccogliere con maggiore chiarezza ciò che non ha funzionato e che ci tiene a raccontare pubblicamente. Alcune premesse generali e trasversali meritano però di essere messe nero su bianco. Mi ricorda, per prima cosa, la già nota difficoltà legata al reperimento di mascherine e altri presidi nella prima fase in primavera, osservando giustamente che si sono persino dovuti ritenere fortunati dato che operavano in ambienti sanitari e quindi in teoria privilegiati nell’accaparramento delle risorse. La seconda ondata ha portato poi con sé la lievitazione dei costi: il reperimento è stato più semplice ma a caro prezzo. Ci spiega che il costo dei guanti monouso è aumentato del 300% e che una scatola di guanti in vinile o in nitrile o in lattice, che prima veniva pagata 3 euro, ora ne costa circa 12 euro. Anche il prezzo dell’alcol è lievitato fino ad un aumento del 60%.

“Noi di fatto abbiamo dovuto solo implementare moltissimo ciò che già facevamo. I protocolli ora in essere facevano già parte del nostro lavoro. Diciamo che in questo anno abbiamo dovuto mettere in conto molto più tempo per le attività ordinarie legate agli adempimenti burocratici e speriamo che servano a qualcosa dato che vengono pensati a tutela delle persone. 

E in più abbiamo aumentato le frequenze degli interventi soprattutto nelle aree Covid che sanifichiamo almeno due volte al giorno. Per quanto concerne i blocchi operatori nulla è cambiato, massima attenzione prima con protocolli rigidissimi e massima attenzione oggi”.

Ricordati di sanificare le parole

Sterilizzare, pulire, disinfettare, sanificare. Quanta confusione per chi non è del mestiere. La sterilizzazione viene fatta solo con autoclave e vengono uccisi tutti i microrganismi. La sanificazione comprende un complesso di procedimenti e operazioni di pulizia che si differenziano dalla disinfezione che si riferisce al trattamento con cui viene abbattuta la carica microbica di ambienti, superfici e materiali. La differenza importante sta anche nei prodotti da utilizzare che, nell’ultimo caso, sono appunto i cosiddetti disinfettanti: biocidi o presidi medico-chirurgici autorizzati dal Ministero della Salute e che, pertanto, hanno l’obbligo di riportare in etichetta il numero di registrazione/autorizzazione. I principi attivi che possono contenere i disinfettanti sono il cloro, la clorexidina o il sale quaternario d’ammonio, il perossimonosolfato di potassio e tanti altri.

“Ci tengo a dire che i protocolli emanati dall’ISS – e che sono le uniche linee guida che seguiamo scrupolosamente e che forniscono precise indicazioni su come muoversi e operare in emergenza Covid – sono stati redatti correttamente. Magari con qualche leggera dissonanza qua e là però confermo che sono stati redatti seriamente e con conoscenza reale dei problemi”.

Bastano poche frasi e scivoliamo inevitabilmente nella zona grigia dell’abusivismo e dell’improvvisazione.

“Io ne ho visti di tutti i colori. Apro un grande punto interrogativo su quei macchinari che vengono venduti soprattutto online, tipo macchine all’ozono o macchine per purificare l’aria. L’ISS dice che le superfici devono essere sanificate e non l’aria. Quello che vendono è vero, cioè funziona, ma poi dipende se sono macchine certificate o meno, vanno verificati i sistemi nella loro interezza. Quando sono arrivati i protocolli dell’ISS, fortunatamente eravamo già pronti e abbiamo solo incrementato utilizzo e frequenza dei nostri strumenti di lavoro su quelli che vengono chiamati punti di contatto, vale a dire quelli a maggior rischio di contatto con la carica virale: pulsantiere, mouse, tastiere, citofoni, bottoni delle macchine del caffè e così via.

Bastava aprire il giornale o andare in rete durante la prima ondata per capire quanto si stesse  improvvisando a fare sanificazioni; poi per fortuna il Ministero della Salute ha avvisato che serviva una certificazione tramite visura camerale. Sono emersi non pochi casi di aziende in cui è stato irrorato cloro negli ambienti generando intossicazioni ai dipendenti che lavoravano in quegli spazi. “Con l’uso del bioluminometro e specifici tamponi, riusciamo a misurare la carica batterica sia in ingresso che a chiusura dell’intervento di sanificazione effettuato, che deve essere ridotta drasticamente, questo grazie ad un particolare macchinario micronizzatore abbinato ad uno specifico disinfettante”.

Come mettere in guardia dagli improvvisati delle pulizie?

“Vanno messi in guardia ricordando soprattutto di andare a fare una visura camerale per capire se l’azienda nasce come giardiniere poi riconvertito alle pulizie nel 2020 o direttamente come impresa di pulizie. Così come si può chiedere direttamente i documenti all’azienda che si propone per quell’attività. Ricordo ancora di fare attenzione ai macchinari che sono purificatori o panificatori d’aria ma non delle superfici. 

Nelle stesse Raccomandazioni ad interim sulla sanificazione di strutture non sanitarie nell’attuale emergenza COVID-19: superfici, ambienti interni e abbigliamento (Rapporto ISS Covid-19, versione del 15 maggio 2020) il messaggio è chiaro: “In attesa dell’autorizzazione a livello europeo, la commercializzazione in Italia come PMC (presidio medico chirurgico) con un claim “disinfettante” non è consentita. Pertanto, in questa fase, l’ozono può essere considerato un “sanitizzante”. Lo stesso International Ozone Association conferma l’efficacia dell’ozono per l’inattivazione di molti virus anche se non è a conoscenza di ricerche specifiche su SARS-CoV-2. 

Le stesse tabelle firmate ISS insistono sull’importanza di non sottovalutare la permanenza degli agenti patogeni sulle superfici, facendo tesoro anche delle precedenti Sars e Mers, come in questo passaggio del Rapporto citato: Studi su Coronavirus, non SARS-CoV-2, quali il virus della SARS e della MERS, suggeriscono che il tempo di sopravvivenza di questi patogeni sulle superfici, in condizioni sperimentali, oscilla da poche ore fino ad alcuni giorni (6,7,8) in dipendenza del materiale interessato, della concentrazione, della temperatura e dell’umidità (9). Va sottolineato che tale dato si riferisce al reperimento di RNA del virus e non al suo isolamento in forma vitale, e quindi non correlato alla sua reale infettività. 

Dati più recenti relativi alla persistenza del virus SARS-CoV-2 ne confermano la capacità di persistenza su plastica e acciaio inossidabile che, in condizioni sperimentali, è confrontabile a quella del virus della SARS (SARS-CoV-1), mostrando anche un analogo decadimento esponenziale nel tempo. Sulle plastiche e l’acciaio inossidabile il virus può resistere fino a 72 ore, anche se la carica infettiva sui suddetti materiali si dimezza dopo circa 6 ore e 7 ore, rispettivamente. Le superfici sulle quali si ha una minore persistenza sono il rame e il cartone, dove è stato osservato un abbattimento completo dell’infettività dopo 4 ore per il rame e 24 ore per il cartone. Il virus risulta altamente stabile a 4°C, ma sensibile al calore. Infatti, a 4°C si osservava una riduzione di circa 0.7 unità logaritmiche del titolo virale al 14esimo giorno. Aumentando la temperatura di incubazione, a 56°C si osservava un significativo decremento dell’infettività virale entro 10 minuti e, dopo 30 minuti, il virus non era più rilevabile. Aumentando la temperatura fino ai 70°C, il virus non era più rilevabile già dopo 5 minuti. Il virus SARS-CoV-2 sembrerebbe pertanto essere più stabile sulle superfici lisce ed estremamente stabile in un ampio intervallo di valori di pH (pH 3-10) a temperatura ambiente (20°C).

E l’Ufficio Igiene non risponde

Viero Negri non si tira indietro raccontando i paradossi del sistema di gestione politico-istituzionale-sanitaria a cui devono sottostare realtà lavorative come la sua che dipendono anche dalla tempestività di intervento degli organi pubblici e che non si sono dimostrate sempre puntuali. 

“Anche gestire i dipendenti che hanno contratto il virus nonostante l’osservanza scrupolosa delle regole non è stato semplice, complici però gli intralci dell’Ufficio Igiene. Due storie che lo confermano.

Il caso più emblematico è stato quello di 5 persone “titolari” che fanno pulizia all’interno di un ospedale: un giorno l’Ufficio Igiene ci informa che quattro di loro lo avevano contratto e che dovevano stare immediatamente a casa, come prevede la normativa. Di punto in bianco ci siamo ritrovati con quattro persone in meno su cinque; questo è successo un mese fa. Abbiamo dovuto ristrutturare daccapo il servizio, formare nuove persone, investire velocemente per garantire la nostra presenza senza creare nemmeno per un giorno il minimo disservizio a una struttura sanitaria già ovviamente in emergenza. Grandi investimenti perché avevamo bisogno di più persone.

Così come in una RSA, dove delle nostre tre persone titolari se ne sono ammalate quattro quindi i tre più la riserva. In questo caso si sono aggiunte le difficoltà generate dai rallentamenti da parte dell’Ufficio Igiene, la latitanza telefonica e l’allungamento dei tempi di trasmissione del fine quarantena. In un caso specifico, non riuscendo a mettermi in contatto telefonico con l’Ufficio igiene, ho personalmente chiesto aiuto alla Polizia Municipale di un comune importante del nostro territorio, proprio perché, in grave sofferenza di personale, rischiavamo seriamente di interrompere un servizio essenziale. Da lì la grande disponibilità della PM, un giro ulteriore insistente di chiamate al centralino e finalmente la responsabile mi ha risposto dicendo che avrebbe chiamato subito la dipendente per darle il via libera. Delle cinque titolari, ora quattro sono ancora in quarantena ma ormai abbiamo imparato a fare scorte di risorse che ci permettono di stare abbastanza tranquilli sul piano dei numeri”.

Settore pulizie tra abusivismi e contratti illegittimi

Oltre all’abusivismo, quello delle pulizie altamente specializzate è spesso un campo minato anche per le tutele negate ai lavoratori: Negri ci ricorda che i contratti sono spesso illegittimi perché non riconosciuti dalle sigle sindacali maggiormente rappresentative. Lui le chiama “aziende serie” quelle che pagano contributi e tasse e che si attengono alla legalità. “Sono anche troppe le aziende che applicano contrati illegittimi. Non ho problemi a dirlo”.

Giusto per dare un ordine di grandezza, gli chiedo quante persone lavorano per Amedea servizi sul territorio di competenza: sono 200 dipendenti a libro paga più vari somministrati, che in effetti merita la segnalazione vista la precarietà denunciata in media.

Un ultimo paradosso è quello di chi rientra dopo il Covid, decorso almeno un mese. Nel medio periodo può risultare ancora positivo pur essendo ormai provato che la carica virale è ridotta quasi a zero evitando rischi di contagio. Rientrando al lavoro, invece, un’azienda ha fatto un tampone non richiesto e non previsto e ha riscontrato appunto che sulla carta era ancora presente una minima positività, totalmente residuale. Il collaboratore è stato ribloccato a casa dall’Ufficio Igiene e tenuto fermo per una ulteriore settimana. Gli organi competenti devono ben comprendere il peso che rivestono in questo momento storico e quanto sia necessario essere tempestivi nell’incrociare i dati e le informazioni raccolte evitando di creare inutili corto circuiti di informazione, anche perché in mezzo a tutto questo ricordiamoci che c’è sempre il lavoratore che non sa cosa fare ed è proprio il primo a risponderne penalmente”. 

Luoghi comuni su chi guadagna dalle malattie degli altri

Non potevamo lasciare fuori il tema delicato dei maggiori guadagni e dell’incremento di attività spesso attributi con fastidio alle imprese che operano nel settore alla luce dell’emergenza. Come a dire che c’è chi guadagna con la malattia e il dolore degli altri. 

“Per le aziende che operano in modo rigoroso, nel settore delle pulizie la marginalità è bassissima, percentuale compresa fra l’1 e l’1,5% di utile annuo. In ambito sanitario per noi quello che è cambiato è stato l’incremento di utilizzo dei prodotti più costosi essendo passati da sanificanti a disinfettanti che costano tra il doppio e il triplo in più. Abbiamo voluto e dovuto alzare l’asticella per garantire il risultato e la fiducia dei clienti. Oltre all’enorme investimento che abbiamo voluto mettere in campo legato alla formazione maniacale di nuove e importanti risorse non solo finalizzate alla immediata operatività ma anche alla semplice riserva per i casi di necessità.

L’implementazione delle pulizie in ambito civile e industriale invece c’è stato, lì si che abbiamo visto aumentare il lavoro passando magari dai due ai tre interventi settimanali. Non voglio fare nomi ma qui in Emilia Romagna ci siamo trovati a gestire richieste a dir poco virtuose da parte di aziende che hanno chiesto, oltre al solito servizio di pulizia, un servizio aggiuntivo tutti i sabati per sanificare stabilimenti e uffici: per loro impiego ogni volta 8 persone per 8 ore. Merita di essere detto quanta attenzione è stata riversata sulle persone da parte di molti imprenditori e responsabili che hanno saputo dare senso al proprio ruolo”.

Photo by Nevin Ruttanaboonta on Unsplash