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Sindaci in busta paga: Comune che vai, “stipendio” che trovi

Sindaci in busta paga: Comune che vai, “stipendio” che trovi

Aumentano le indennità degli amministratori locali, con premi maggiori per i sindaci dei capoluoghi. L'economista Raffaele Lungarella: "Aumento non spiegabile razionalmente". Facciamo i conti in tasca alla politica italiana, numero per numero, dal sindaco di Isernia al presidente del Consiglio.

Stefania Zolotti

18 Febbraio 2022

Alla fine si cade sempre lì quando si parla di politica, anzi quando ci si lamenta.

Con quello che guadagnano!

A parte qualche polemica emersa con forza sulle pagine della cronaca locale di Firenze o di altri territori, la notizia non ha fatto un gran giro d’Italia, ma l’ultima Finanziaria contenuta nella Legge 234/2021 ha approvato l’aumento delle indennità degli amministratori locali, indennità che non venivano adeguate dal 2000: di sicuro ha influito l’impennata di impegni e responsabilità legati alla gestione pandemica.

In breve, da gennaio 2024 l’indennità dei sindaci di città metropolitane sarà equiparata al compenso massimo dei presidenti delle Regioni: 13.800 euro lordi al mese, per quanto aumenti progressivi arriveranno già nel 2022 e 2023. In pratica raddoppieranno l’attuale entrata. In linea più generale, a essere valorizzate saranno le buste paga degli amministratori dei capoluoghi di provincia – soprattutto quelli piccoli – ma con qualche controsenso rispetto a comuni simili quanto a numero di residenti, ma non col titolo di capoluoghi.

La domanda se l’è posta Raffaele Lungarella, economista ora in pensione ma per una vita dentro studio, ricerca e insegnamento, docente di Economia applicata all’Università di Modena e Reggio Emilia ed ex direttore del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici della regione Emilia-Romagna. L’ho raggiunto al telefono per chiedergli di decodificare questo criterio degli aumenti dopo aver letto il suo ultimo articolo su Lavoce.info, pubblicato un paio di giorni fa.

«Con questa Finanziaria il compenso ai sindaci aumenta a prescindere dalla dimensione dei Comuni, per quanto resti comunque agganciato al numero di abitanti, che poi era il criterio prevalente del vecchio schema. Diciamo che da adesso in poi ha più peso la rilevanza istituzionale della singola amministrazione

Mi spiega che a fare un balzo in busta paga saranno i sindaci dei diciotto capoluoghi con meno di 50.000 abitanti – rimarcando che tre di loro non toccano nemmeno i 30.000: un aumento di circa 6.000 euro al mese, che non è proprio il doppio che spetterà a i sindaci delle città metropolitane, ma quasi. La stranezza è che l’indennità al sindaco di un Comune non capoluogo con più di 50.000 abitanti avrà invece un incremento pari a molto meno della metà rispetto a prima.

Perché viene considerato così sbilanciato, compensi alla mano, gestire città identiche come abitanti e diverse solo nell’essere o meno capoluoghi? Lei fa l’esempio del capoluogo Isernia – 21.000 abitanti e un’indennità al sindaco che sarà pari a 9.600 euro al mese, con un incremento del 160%) rispetto al Comune di Assisi – 28.000 abitanti e un’indennità per il primo cittadino che sfiorerà appena i 4.000 euro al mese, cioè con un “misero” +48%.

Mi occupo di questi temi politico-economici più che altro per interesse personale, poco tempo fa avevo toccato la questione del 2 per mille e delle detrazioni sulle erogazioni liberali dei cittadini verso i partiti. Della questione invece legata alle indennità dei nostri amministratori pubblici, va detto subito che non c’è un andamento legato a un prima o a un dopo, sono solo decisioni che vengono prese e che semplicemente aggiornano dati e tabelle. E aggiungo subito che con quelli dei sindaci aumentano in percentuale anche i compensi dei vicesindaci, degli assessori e dei consiglieri comunali.

Lo schema precedente dava rilievo quasi esclusivo alla dimensione demografica, salvo per i Comuni capoluoghi; ora i balzi in avanti sono enormi e in questa nuova griglia si fa pesare moltissimo il fatto di essere classificato come Comune capoluogo, c’è un forte riconoscimento. Certo che amministrarlo richiede carichi più gravosi, ma non da giustificare simili disparità. Perché lo abbiano fatto non è spiegabile razionalmente, hanno solo scelto questo come criterio. Pensi al Comune di Giugliano in Campania, unica città italiana sopra i 100.000 abitanti non capoluogo: non mi dirà che è facile gestirlo, ma lo schema attuale testimonia tutta questa incongruenza. 

Troppi piccoli Comuni non fanno bene all’economia e alla politica.

Questo è un altro problema serio, la parcellizzazione amministrativa. Il guaio è che non si pensa alle economie di scala che si potrebbero creare fondendo piccole realtà comunali: negli ultimi dieci anni ne sono state fatte pochissime, appena 130, interessando 300 Comuni italiani. Temo che i nuovi compensi ai sindaci rallenteranno ancora questi processi. 

Cosa ci guadagnano i cittadini dagli aumenti di indennità dei propri sindaci?

Proprio niente. Non cambiano i servizi, non aumentano, non migliorano. Possono solo sperare nel senso di responsabilità dei propri amministratori.

Nota politica di chiusura: l’aumento delle indennità ai sindaci è stato ampiamente votato anche da forze politiche come il M5S, che sembravano volessero tagliare il mondo oltre al numero dei parlamentari e agli stipendi. Dannata incoerenza.

Ma quanto guadagna il presidente del Consiglio?

Dai sindaci al Parlamento e al Governo.

Alla fine anche Draghi si è concesso il lusso di una frecciata, uscendo dalla maschera del primo ministro impassibile a ogni dato e decreto e pensando di sembrare più ironico che cinico. La fumata nera al Quirinale lo ha segnato, altro che risate, e alla fine non lo ha salvato nemmeno la solita cravatta scaramantica color malva.

«Tanti, anche politici, mi candidano a molti posti in giro per il mondo, mostrando una sollecitudine straordinaria nei miei confronti. Li ringrazio moltissimo, ma vorrei rassicurarli. Se per caso decidessi di lavorare dopo questa esperienza, un lavoro me lo trovo anche da solo».

Fin qui, la dichiarazione di Draghi ormai diventata celebre; pochi giorni fa Marco Travaglio non ha perso l’occasione di commentarla dalle telecamere di diMartedì: «Mi ha ricordato la fiaba della volpe e l’uva. Quando la volpe cerca di acchiappare l’uva e non ci arriva e allora dice “Vabbè, in fondo era acerba”. E se ne va. Lui ci ha provato eccome a farsi trovare un lavoro dai partiti, e non da solo. Ha fatto consultazioni frenetiche giorni e notti fino al pomeriggio del venerdì, quando ha capito che non ce n’era proprio. L’ultimo incontro ce l’ha avuto con Salvini in via Veneto. Non l’hanno mandato al Quirinale e quindi adesso deve nascondere la sconfitta, proprio come fa la volpe».

Essendo pubbliche, le documentazioni patrimoniali dei politici italiani sono disponibili legislatura dopo legislatura dai siti di Camera e Senato per chi ha tempo da perdere e curiosità da soddisfare. Abbiamo scaricato quella del 2021, la più recente al momento disponibile e riferita ai redditi 2020. Mario Draghi ha dichiarato un reddito complessivo di 527.319 euro.

Tra gli altri nomi noti della politica, giusto per dare un riferimento economico: Roberto Speranza, reddito complessivo 107.842 euro; Luigi Di Maio, reddito da lavoro dipendente o assimilato 98.471 euro; Giorgia Meloni, reddito da lavoro dipendente o assimilato 98.471 euro; Alessandro Zan, reddito da lavoro dipendente o assimilato 98.471 euro.

Non chiamatelo stipendio. Per la Costituzione è un’indennità

L’art.69 della nostra Costituzione taglia corto: «I membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge».

Ai tempi dello Statuto Albertino di metà Ottocento l’idea di politica poggiava su valori di tutt’altro avviso: «Le funzioni di Senatore e di Deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione o indennità», citava l’art.50. Semplicemente se ne faceva una questione sociale, perché chi arrivava in Parlamento si presumeva avesse risorse economiche personali in grado di coprire quell’attività politica non considerata un mestiere.

Poi arrivò il quarto governo Giolitti, che nel 1912, allargando il diritto di voto e uscendo dall’imbuto delle sole classi sociali benestanti, allargò indirettamente anche lo scenario dei potenziali cittadini eleggibili a deputati e senatori: fu inevitabile riconoscere una indennità sotto forma di rimborso spese che mettesse a tacere possibili disuguaglianze, e quella indennità andava parametrata sullo stipendio dei funzionari statali al loro massimo livello di carriera. 

Da nostro attuale ordinamento, invece, sono gli “Uffici di Presidenzadi Camera e Senato che determinano l’ammontare delle indennità dei parlamentari in misura tale che non superi «il dodicesimo del trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di cassazione ed equiparate». 

Quando a ottobre 2019 Draghi lasciò la BCE, ultimo incarico professionale, la sua retribuzione sfiorava i 350.000 euro, oltre a una indennità di rappresentanza e una di residenza. A Palazzo Chigi, invece, la sua busta paga è in linea con quella del predecessore Giuseppe Conte: siamo sugli 80.000 euro netti l’anno, meno di 7.000 euro al mese e pertanto al di sotto del portafoglio di senatori e deputati. Per fare ancora un confronto, un Presidente della Repubblica sta invece sui circa 240.000 euro l’anno: una buona ragione – sostengono i maligni – per accettare, nell’ordine, i bis al Quirinale, la morte palese della politica italiana alle ultime elezioni, e per mettere il senso dello Stato al di sopra di tutto.

Deputati e senatori, dicevamo.

I primi: indennità mensile lorda pari a 11.703 euro, netta 5.346,54. Poi: diaria di 3.503,11 euro, rimborsi per spese di mandato per 3.690 euro, spese telefoniche rimborsate fino a 1.200 euro annui e, sempre annuo, il forfettario per i trasporti che sfiora di pochi centesimi i 4.000 euro. Il totale netto mese? 13.971,35 euro.

I secondi: la retribuzione è composta da un’indennità mensile lorda di 10.385,31 euro (5.304,89 euro netti e circa 200 euro in meno per i senatori che hanno una propria attività lavorativa); una diaria di 3.500 euro, un rimborso spese di mandato pari a 4.180 euro e un rimborso forfettario telefonico o di trasporto che raggiunge i 1.650 euro, anche se non chiamano nessuno e se non fanno trasferte. Facendo i conti in tasca, sfioriamo i 15.000 euro al mese: 14.634,89 a voler tirar fuori la virgola.

L’indennità sanitaria è esclusa dai conteggi, ma è ovviamente garantita a tutti i deputati e senatori. 

Pure le spese mediche coperte, con quello che guadagnano! Come chiudere il cerchio.

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Photo credits: anci.it