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Una questione salariale di vita o di morte

Una questione salariale di vita o di morte

Lavoriamo di più, guadagniamo molto meno: lo dice una ricerca della Fondazione Di Vittorio sui salari in Italia. Come si è arrivati a essere il fanalino di coda in Europa?

Carlo Colombo

14 Dicembre 2020

Un salario da fame. A chiunque sarà capitato almeno una volta di ascoltare queste poche parole, pronunciate dallo schermo di una sala cinematografica durante la proiezione di qualche film di cui sarà impossibile ricordare il titolo, tanti ce ne sono con personaggi e situazioni pescate dal mondo del lavoro. Questo però non è un film di finzione, dove i riferimenti a persone o fatti reali sono, come conviene, puramente casuali. Quella sconsolata ammissione riguarda infatti una realtà ben nota e diffusamente avvertita in Italia, che attiene alla cosiddetta “questione salariale”.

Per quanto nel linguaggio comune sia invalsa l’abitudine a intendere il salario come una retribuzione esclusiva dei lavori manuali, è in realtà l’unica forma di remunerazione a fronte di una prestazione lavorativa di qualsiasi genere: dall’ingegnere al contabile, dall’insegnante al medico, dal giornalista all’operaio tornitore, sono tutti lavori salariati – e tutti pagati male. Non è per il gusto della lamentela o di una frase a effetto che si può parlare di salari da fame in Italia: facendo un raffronto con gli altri Paesi europei e con la stessa Italia di dieci, venti o trent’anni fa, davvero non conviene usare troppi eufemismi per descrivere la situazione che gli italiani si trovano a vivere oggigiorno.

Corsa al ribasso, corsa al declino: “In Italia si lavora di più e si guadagna molto meno”

A descriverla bene, dati alla mano, è la Fondazione Di Vittorio, che giusto il mese scorso ha pubblicato una ricerca in cui mostra chiaramente quanto terreno si sia perso, in particolare a partire dal 2008, ossia dall’anno della grande crisi finanziaria: l’Italia risulta l’unica tra le sei maggiori economie dell’Eurozona (ossia la tedesca, la francese, la belga, l’olandese e la spagnola) a non avere recuperato il livello salariale precedente alla Grande Recessione seguita al fallimento della Lehman Brothers.

Sarebbe ancora il meno, perché passando dal salario individuale lordo al familiare netto, la situazione diventa addirittura “allarmante” di fronte a un salario che in Italia vale “una quota oscillante tra il 60 e il 70% di quello tedesco, anche a causa di un sistema di tassazione che penalizza i salari familiari lordi più bassi”.

Una sorta di corsa al ribasso emerge anche a proposito delle qualifiche professionali e della qualità del lavoro stesso, caratterizzato da un maggior numero di ore di lavoro che all’estero: “La crescita dei segmenti meno qualificati può spiegare perché in Italia il rapporto tra salario part-time e full-time sia tanto basso. Inoltre, si registra un alto numero medio di ore lavorate all’anno per dipendente e al contempo una minore quota salari in percentuale del Pil. Insomma, in Italia si lavora di più – a causa della scarsa capacità tecnologica e ai bassi investimenti in innovazione del nostro sistema economico – ma si viene retribuiti molto meno”.

Alle disparità emerse a livello europeo si aggiungono poi quelle interne, che non sono da meno: “Il 78,7% dei lavoratori dipendenti privati percepisce un salario inferiore a quello medio italiano”. È il risultato, secondo la fondazione che fa capo alla CGIL, di politiche governative e imprenditoriali che dal 2008 hanno puntato a “recuperare competitività attraverso la moderazione salariale”. Scelta quanto mai improvvida: “In un quadro di consolidamento fiscale – caratterizzato da tagli alla spesa pubblica e aumento della tassazione verso i redditi più bassi – con una struttura produttiva composta prevalentemente da micro e piccole imprese, la moderazione salariale ha disincentivato gli investimenti privati e contribuito a peggiorare le aspettative delle imprese. Infatti, una diminuzione salariale ha un duplice risvolto: minor costo per la singola impresa, ma anche minori consumi a livello macroeconomico e conseguenze negative sulla domanda aggregata”.

In questo quadro si è abbattuto da ultimo il flagello del coronavirus. Se la CGIL fa notare che la questione salariale era ulteriormente peggiorata dal 2017 al 2019, d’altro canto dà atto che “l’ampio utilizzo degli ammortizzatori sociali e il blocco dei licenziamenti” voluti dal governo in carica e “fortemente sollecitate dalle confederazioni sindacali” abbiano giocato un ruolo chiave nel suo contenimento. Si lascia immaginare cosa sarebbe potuto succedere altrimenti.

Ben 848 i “contratti pirata” che aggravano la questione salariale

Che cosa sia andato storto in questi ultimi dodici anni, e in parte anche da prima, è apparso alquanto evidente a chi ha avuto modo di prendere parte attiva ai tavoli di contrattazione, sui quali grava un ritardo crescente nel rinnovo dei contratti collettivi nazionali. Con l’ulteriore complicazione dei cosiddetti “contratti pirata”, ossia gli accordi siglati dai sindacati minoritari e quindi scarsamente rappresentativi delle parti sociali, con il compiacimento delle associazioni imprenditoriali di categoria. Contratti che, attraverso il fenomeno noto come “dumping sociale”, ingigantiscono la corsa al ribasso per cui, sottraendo dapprima liquidità alle tasche dei lavoratori, si deprime un’intera società e la sua economia.

“Risultano essere ben 848 i contratti pirata depositati al CNEL (il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, N.d.R.) ed è proprio per arginare questo fenomeno che da tempo il nostro segretario nazionale Maurizio Landini chiede una legge sulla rappresentanza”, puntualizza e commenta Cristian Sesena, responsabile dell’area della contrattazione e del mercato del lavoro della CGIL nazionale.

Il fatto è, spiega Sesena, che la questione salariale è sempre finita in secondo, terzo e quarto piano rispetto ad altre questioni poste sui tavoli che sono risultate prioritarie. Una su tutte: “Il continuo attacco ai diritti acquisiti dei lavoratori che ci ha imposto di operare prioritariamente in loro difesa. Parliamo della rinuncia alla quattordicesima, che è la più tipica e ha caratterizzato moltissimi tavoli di lavoro, ma anche della rinuncia ai permessi, della riduzione delle pause e dei tempi di riposo con conseguente aumento effettivo delle ore di lavoro”.

Mentre Sesena parla di aumento delle ore di lavoro a discapito di quelle di riposo, è inevitabile ripensare al confronto serrato di un film uscito nel 2016 con un cast d’eccezione che affrontava proprio il dilemma sorto all’interno di una rappresentanza sindacale tutta al femminile, se accettare o meno la riduzione della pausa pranzo di “7 minuti”: la decisione finale di opporre un rifiuto, quale argine a future e peggiori concessioni, è lo stesso che deve avere guidato l’azione di molti sindacalisti in questi anni.

In Parlamento si comincia a discutere di salario minimo: è la volta buona?

Altri aspetti, in parte già affrontati dalla Fondazione Di Vittorio, sono l’alta fiscalità che si abbatte sui dipendenti e il nodo della produttività: “A differenza di altre categorie, i dipendenti non hanno alcuna possibilità di evadere. In quanto alla produttività, questo Paese vive l’equivoco per cui davvero troppi imprenditori l’affrontano banalmente con tagli al costo le lavoro, anziché innovare e investire sulla qualità del lavoro stesso. Ciò si traduce nella stagnazione dei salari e nell’eccessivo ricorso agli straordinari. Di fondo c’è l’idea novecentesca che lavorare di più sia preferibile che lavorare meglio. Invece è semplicemente un modello sbagliato, obsoleto, che non porta risultati in termini di competitività e rappresenta un grave limite culturale dell’imprenditoria italiana”.

A complicare ulteriormente la questione salariale ha poi giocato quella che Sesena chiama una strategia basata sul welfare: “Ha trasformato quello che una volta era il premio produttività in benefit riguardanti l’assistenza agli anziani, per esempio, oppure le spese per l’istruzione dei figli, la loro iscrizione ai campi estivi e via dicendo, con una deriva che si potrebbe chiamare ludica, ma che può bene essere accolta, come i buoni benzina, l’abbonamento a palestre e teatri”.

Da questo quadro, in parte per influsso delle dichiarazioni d’intenti che vengono dall’Unione europea, in parte sull’onda della proposta di legge Catalfo, si affaccia sulla scena il dibattito sul salario minimo. Che dopo tanti slittamenti a fondo campo sia arrivato finalmente il momento di affrontare la questione salariale per adeguarla agli standard europei, è prematuro dirlo, ma quantomeno le prime avvisaglie si intravedono e lasciano ben sperare.

Photo credits: www.nuovosoldo.it