Sgombriamo il campo dal burocratese. La tassa etica è un’addizionale del 25% che si somma alle normali imposte sul reddito – l’IRPEF per le persone, l’IRES per le società – e colpisce chi produce, distribuisce, vende o “rappresenta” materiale pornografico, oltre a chi incita alla violenza. Tradotto: chi guadagna in questo settore paga le tasse di tutti, e poi un quarto in più, perché il suo mestiere è considerato sconveniente. Una soprattassa morale, in punta di codice tributario.
Per anni il mondo dei digital creator ha vissuto in una zona grigia. Molti ritenevano che chi aderiva al regime forfettario – quello che sostituisce la giungla delle imposte con un’unica aliquota agevolata al 5 o al 15% – fosse al riparo da qualunque altro prelievo, etico o meno che fosse. Una convinzione ragionevole, ma destinata a essere smentita: lo scudo è caduto il 4 novembre 2025, con la risposta n. 285 dell’Agenzia delle Entrate a un interpello presentato dalla società di consulenza fiscale Fiscozen: il forfettario, ha sentenziato l’amministrazione, sostituisce le imposte ordinarie, non l’addizionale etica, che ha “matrice settoriale” e dunque sopravvive a tutto, comprese grandine e piaghe bibliche. Insomma, anche la partita IVA più minuta, se fattura contenuti per adulti, deve consegnare il suo 25% aggiuntivo.
Il dettaglio che fa la differenza è dove cade quel 25%. Nel regime ordinario si applica sul reddito netto: ricavi meno costi reali. Nel forfettario, invece, l’imponibile si ottiene con una scorciatoia matematica: si prende il fatturato lordo e lo si moltiplica per un coefficiente di redditività fissato per decreto (intorno al 78% per molte attività professionali) senza poter scalare un euro di spese effettive. Significa che il o la creator che ha investito in luci, attrezzature, montaggio, sicurezza informatica si ritrova a pagare il quarto in più su un reddito che in buona parte non ha mai visto, perché esiste solo sulla carta. Un reddito virtuale, tassato come fosse contante.
Vale la pena renderlo plastico. Prendete due professionisti, stesso identico fatturato, 50.000 euro lordi l’anno, stesso forfettario al 15%, stessi contributi alla Gestione separata INPS. Il primo è un social media manager; il secondo gira contenuti su OnlyFans. Il primo si porta a casa una pressione fiscale e previdenziale intorno al 32%; il secondo, grazie ai 9.750 euro di addizionale etica, supera il 51%. Quasi venti punti di scarto, a parità di ricchezza prodotta, per la sola colpa di un diverso prodotto a seguito di un lavoro altrimenti simile. Nel regime ordinario la forbice si allarga ancora, sfiorando il 70%.
L’imposta sostitutiva nasce per semplificare e alleggerire; qui finisce per ribaltarsi, e il regime “agevolato” diventa il più punitivo che ci sia.