Tassa etica e fisco confessore: il moralismo costa più di quanto incassa

Un’addizionale del 25% colpisce chi produce contenuti per adulti, e dal 2025 anche i forfettari. Nata nel 2005, ha incassato meno di un decimo di quanto promesso. Eppure resiste, trasformando il Fisco in un arbitro morale e le creator in profughe tributarie. Storia e cortocircuiti di un balzello che di etico ha solo il nome

04.06.2026
Parlamentari e creator digitali manifestano contro la tassa etica

Immaginate di aprire la porta di casa e di trovarvi davanti due funzionari in divisa. Hanno spulciato conti, fatture, estratti bancari, e dopo settimane di verifiche sono giunti a una conclusione imbarazzante: siete in regola. Anzi, avete versato qualche euro in più del dovuto. Ma qui comincia la parte interessante, perché andarsene a mani vuote non si può, dato che – parole loro – «quando si fa un controllo bisogna pur sempre trovare qualcosa». Così, con la cortesia ottusa di chi applica un regolamento che non ha scritto, vi rivolgono una domanda che nessuna legge contempla: quanta parte del vostro lavoro, in percentuale, è riprovevole sul piano morale?

Non c’è un parametro, non c’è una definizione, non c’è una tabella ministeriale a cui aggrapparsi: c’è la vostra penna che esita e la loro che attende sul verbale. Tentennate, azzardate una cifra a occhio, e su quella cifra estratta dal nulla – un coniglio dal cilindro – lo Stato vi calcola un’imposta aggiuntiva. Una gabella sul peccato, decisa a sentimento, ma messa a verbale come fosse aritmetica.

Sembra l’incipit di un racconto di Kafka, una di quelle distopie in cui il potere amministra le coscienze a colpi di moduli prestampati. È invece la cronaca abbastanza fedele di ciò che accade, oggi, a chi in Italia produce contenuti per adulti e ha la sventura di pagarci le tasse. Il nome del congegno è un gioiello di commovente ipocrisia: si chiama tassa etica, poveri noi. Ed è come Kafka, sì; però a luci rosse.

Quel 25% di troppo: che cos’è la tassa etica, e perché ora bussa anche ai piccoli

Sgombriamo il campo dal burocratese. La tassa etica è un’addizionale del 25% che si somma alle normali imposte sul reddito – l’IRPEF per le persone, l’IRES per le società – e colpisce chi produce, distribuisce, vende o “rappresenta” materiale pornografico, oltre a chi incita alla violenza. Tradotto: chi guadagna in questo settore paga le tasse di tutti, e poi un quarto in più, perché il suo mestiere è considerato sconveniente. Una soprattassa morale, in punta di codice tributario.

Per anni il mondo dei digital creator ha vissuto in una zona grigia. Molti ritenevano che chi aderiva al regime forfettario – quello che sostituisce la giungla delle imposte con un’unica aliquota agevolata al 5 o al 15% – fosse al riparo da qualunque altro prelievo, etico o meno che fosse. Una convinzione ragionevole, ma destinata a essere smentita: lo scudo è caduto il 4 novembre 2025, con la risposta n. 285 dell’Agenzia delle Entrate a un interpello presentato dalla società di consulenza fiscale Fiscozen: il forfettario, ha sentenziato l’amministrazione, sostituisce le imposte ordinarie, non l’addizionale etica, che ha “matrice settoriale” e dunque sopravvive a tutto, comprese grandine e piaghe bibliche. Insomma, anche la partita IVA più minuta, se fattura contenuti per adulti, deve consegnare il suo 25% aggiuntivo.

Il dettaglio che fa la differenza è dove cade quel 25%. Nel regime ordinario si applica sul reddito netto: ricavi meno costi reali. Nel forfettario, invece, l’imponibile si ottiene con una scorciatoia matematica: si prende il fatturato lordo e lo si moltiplica per un coefficiente di redditività fissato per decreto (intorno al 78% per molte attività professionali) senza poter scalare un euro di spese effettive. Significa che il o la creator che ha investito in luci, attrezzature, montaggio, sicurezza informatica si ritrova a pagare il quarto in più su un reddito che in buona parte non ha mai visto, perché esiste solo sulla carta. Un reddito virtuale, tassato come fosse contante.

Vale la pena renderlo plastico. Prendete due professionisti, stesso identico fatturato, 50.000 euro lordi l’anno, stesso forfettario al 15%, stessi contributi alla Gestione separata INPS. Il primo è un social media manager; il secondo gira contenuti su OnlyFans. Il primo si porta a casa una pressione fiscale e previdenziale intorno al 32%; il secondo, grazie ai 9.750 euro di addizionale etica, supera il 51%. Quasi venti punti di scarto, a parità di ricchezza prodotta, per la sola colpa di un diverso prodotto a seguito di un lavoro altrimenti simile. Nel regime ordinario la forbice si allarga ancora, sfiorando il 70%.

L’imposta sostitutiva nasce per semplificare e alleggerire; qui finisce per ribaltarsi, e il regime “agevolato” diventa il più punitivo che ci sia.

Luiza “Conlaz” Munteanu e la finanza in salotto: «Ma cos’è il porno?»

Dall’astrazione scendiamo nella cronaca con il caso di Luiza Munteanu, content creator e divulgatrice – sotto lo pseudonimo di “Avvocato dell’atomo” racconta ingegneria nucleare, mentre con un altro profilo si occupa di parità di genere – la cui vicenda è stata ricostruita da Open il 27 maggio 2026.

Avete presente l’incipit di questo articolo? Viene proprio dal suo caso: nell’estate del 2025 la Guardia di Finanza si presenta a casa sua; lei collabora, consegna più documenti del necessario «per ansia di fare tutto correttamente», e il controllo restituisce un quadro in regola, al punto che avrebbe versato più del dovuto. È a quel punto che, secondo il suo racconto, i militari le confidano la massima che vale come epigrafe dell’intera faccenda: «quando fanno un controllo devono per forza trovare qualcosa».

E qualcosa trovano, sotto forma di una domanda che nessun manuale di contabilità prevede: quanta parte della sua produzione su OnlyFans è “pornografica” in senso stretto, e quanta invece soltanto erotica, artistica, o una banale chiacchierata a pagamento con gli abbonati? La domanda mette a nudo il buco nero della norma: nel Testo unico delle imposte sui redditi non esiste alcuna definizione fiscale di materiale pornografico”. Chiedere a una contribuente di stimare a spanne la propria percentuale di lascivia online trasforma l’accertamento in un esercizio di pura discrezionalità, e il funzionario contabile in un censore della morale pubblica, chiamato a decidere dove finisca l’arte e dove cominci il peccato d’imposta.

Il modello di lavoro di Munteanu mostra quanto la linea sia labile. Il 40% dei suoi ricavi arriva dagli abbonamenti alla pagina pubblica, dove pubblica materiale erotico o artistico ma privo di atti espliciti, che per la legge non è pornografia; il restante 60% proviene da contenuti personalizzati, spediti in privato a singoli utenti, dove l’esplicito può comparire. Per applicare il tributo a regola d’arte, un ispettore dovrebbe allora aprire una a una le transazioni, sfogliare ogni file, farsi consegnare le credenziali del profilo riservato e calpestare la privacy della creator e dei suoi clienti. Tutto questo per stabilire una percentuale di vergogna su cui poggiare un’aliquota.

Il risultato, prevedibile, è una autocensura preventiva e un terrore diffuso: come si pianifica un anno di lavoro se non puoi sapere quanto pagherai, perché dipende dalla pruderie di controllo di chi compila il verbale?

Dal DVD a OnlyFans, un balzello che non fa cassa

La tassa etica ha un’origine più antica di quanto i creator immaginino, e una paternità contesa. L’idea spunta nel 2002 da una proposta del deputato di Forza Italia Vittorio Emanuele Falsitta, giovane tributarista milanese, che la ritira quasi subito promettendo di reintrodurla perché «condivisa da un pubblico veramente esteso». A raccoglierla è la relatrice della Finanziaria per il 2006, Daniela Santanchè, allora in Alleanza Nazionale, oggi sottosegretaria del governo Meloni. Nasce così, con la legge 266 del 2005, l’addizionale del 25% su un settore lecito.

Curioso il movente, raccontato dalla stessa Santanchè: «Reputo importante la tassa sulla pornografia, non per una questione moralistica, che non mi appartiene, ma perché credo che in una condizione economica difficile per le famiglie sia giusto tassare prodotti non indispensabili». Battezzarla “etica” e poi negare la matrice moralistica è una contorsione che vale la pena incorniciare; così come fa sorridere l’idea che una norma del genere sia provenuta dal governo più pornografico della storia della Repubblica. Tuttavia, la stima che accompagnava la gabella aveva un odore ben più terreno: l’addizionale, garantivano gli uffici della Camera, avrebbe portato nelle casse dello Stato circa 220 milioni di euro l’anno. Il viceministro all’Economia Giuseppe Vegas, più prudente, paventava bocciature europee e l’arbitrarietà dei criteri. Nel tempo ebbe ragione lui, ma all’epoca prevalse l’ala conservatrice della coalizione.

Concepita nell’era dei DVD, delle videocassette e delle linee telefoniche hot a sovrapprezzo, nel 2008 la tassa allargò il suo abbraccio fino a comprendere le trasmissioni che sollecitano “la credulità popolare”: cartomanti, maghi, indovini, taumaturghi e medium. Lo Stato che tassa i veggenti senza prevederne l’esito è un’immagine che meriterebbe un posto nei manuali di scienza delle finanze. O in qualche appendice satirica.

Poi i numeri, quelli veri. La relazione tecnica del governo ipotizzava un gettito di cassa di 254 milioni di euro fra il 2008 e il 2009. Cifre da capogiro per una misura che, dopo anni di sola esistenza sulla carta, nel solo anno d’imposta per cui esistano dati di dettaglio – il 2010 – ha fruttato all’erario la modica somma di 21.022.889,47 euro. Al centesimo, certificati da un decreto a firma del Ragioniere generale dello Stato e del direttore generale delle Finanze. Meno di un decimo dei 220 milioni promessi.

Il motivo del flop? I produttori avevano già preso il largo, spostando attività e fatturato all’estero, dove nessuno timbra la concupiscenza. In estrema sintesi: morale a casa, soldi all’estero, il tutto con certe cene eleganti sullo sfondo. Un capolavoro.

La «fuga di fica» e il fronte dell’abrogazione

A vent’anni di distanza, la storia si ripete con un copione identico, solo gli attori sono cambiati: al posto delle case di produzione ci sono migliaia di partite IVA individuali.

Fiscozen stima che sui circa 85.000 creator italiani attivi su OnlyFans, oltre 45.000 operino in forfettario, ossia la platea ora esposta agli accertamenti. E la prospettiva è sempre la stessa: chi può, va via. Con un’aliquota effettiva che sfiora la metà del fatturato, l’incentivo a trasferire la residenza fiscale alle Canarie o nell’Est europeo, dove il lavoro digitale è trattato con meno sospetto, diventa irresistibile. Lo Stato, in cambio del suo 25% di moralismo anacronistico, rischia di perdere tutto il resto: l’IVA, le imposte ordinarie, i contributi previdenziali. Tassare di più per incassare di meno.

Il fronte che chiede l’abrogazione è uno dei più eterogenei che si ricordino. Il 27 gennaio 2026, in Senato, hanno presentato una proposta di legge di iniziativa popolare i Radicali Italiani, i parlamentari di Azione Marco Lombardo e Giulia Pastorella, il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori Massimiliano Dona, avvocati tributaristi, la stessa Munteanu e l’attrice Valentina Nappi, che ha riassunto il rischio così: «Altro che fuga dei capitali, qui si rischia la fuga di fica». Icastica come poche analisi economiche: la pressione fiscale, lungi dal far calare i consumi, fa invece migrare la produzione. La campagna, rilanciata anche al Torino Comics di fine maggio fra i fumettisti che temono la tagliola della censura preventiva, ha raccolto a oggi oltre 16.000 firme, un terzo del quorum necessario per approdare in Parlamento.

E c’è la beffa sociologica, che vale più di mille perizie. L’Italia non proibisce affatto questi contenuti: ne è anzi uno dei consumatori più voraci al mondo, con Milano da tempo fra le prime città del pianeta per numero di abbonati alle piattaforme per adulti. Lo Stato, insomma, è un moralista a fasi alterne che guarda con una mano e tassa con l’altra; non vieta quello che considera il “vizio” dei suoi cittadini, ma ci lucra su penalizzando chi lo soddisfa.

E lo Stato spende più di quanto incassi per i controlli

I conti, alla fine, non tornano in alcun senso.

Non tornano sul piano dei principi, perché un prelievo che spinge la pressione reale oltre la metà del reddito assume i contorni di una sanzione mascherata, e l’articolo 53 della Costituzione vuole le imposte commisurate alla capacità di contribuire, non al disvalore morale del contribuente. Non tornano sul piano dell’uguaglianza, visto che due lavoratori con lo stesso reddito vengono trattati in modo opposto a seconda di quanto il Fisco giudichi piccante la loro merce – e uno Stato laico dovrebbe astenersi dal fare allo stesso tempo sia il guardone che l’esattore. Non tornano, infine, sul piano contabile, perché avviare controlli a tappeto su decine di migliaia di creator che spesso guadagnano poche centinaia di euro al mese costa in ispezioni e contenziosi più di quanto si possa mai recuperare.

È opportuno isolarlo e ripeterlo, perché è l’argomento più decisivo, al di là delle opinioni personali: con una gabella come questa, lo Stato spende per accertare ciò che alla fine perde.

La tassa etica è il monumento a una certa idea del potere pubblico: che la legge si possa fare da un pulpito e che l’Agenzia delle Entrate sia una sagrestia. Dal 2006 sono più di vent’anni, per dimostrare che il moralismo, quando si traveste da norma fiscale, non raddrizza i costumi e nemmeno fa cassa; svuota soltanto, e fa scappare. Resta il sospetto che a qualcuno, in fondo, l’incasso non sia mai interessato davvero, e che il vero gettito di questa misura si misuri in tutt’altra moneta, fatta di consenso e di indignazione a buon mercato. Sono soddisfazioni: quelle, almeno, non si pagano al 25%.

 

 

 

L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.

Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro. 

Sottoscrivi SenzaFiltro

 

Photo credits: @debora.striani su Instagram

CONDIVIDI

Leggi anche