Il 30 giugno, a Forlì, i reparti dello stabilimento Electrolux toccavano i 35 gradi. La Fiom ha chiesto la cassa integrazione ordinaria per il caldo, uno strumento che l’azienda aveva già a disposizione non qualcosa da inventare.
L’azienda inizialmente ha detto no. Poi, la sera stessa, ha concesso qualcosa: una rimodulazione degli orari, ma solo per due giorni, il 30 giugno e il 1° luglio, e limitata a quattro linee di montaggio su sette. Circa 500 lavoratori sono rimasti nelle condizioni di prima. A Susegana, altro stabilimento del gruppo, si sono toccati i 36 gradi lo stesso periodo e un operaio a termine, dopo aver partecipato agli scioperi sul tema, non si è visto rinnovare il contratto: i sindacati la chiamano ritorsione, ma in ogni caso è un dettaglio che nel quadro complessivo pesa.
Ecco cosa significa vuoto di controllo, non vuoto normativo: la legge dà all’azienda la facoltà di attivare la cig per il caldo. Non l’obbligo di farlo automaticamente, non un meccanismo che si innesca da solo alla soglia termica.
Il problema è che la decisione resta nelle mani di chi ha tutto l’interesse a non fermare la produzione. E nessun ente terzo che sia l’Ispettorato o un automatismo di legge la corregge finché non arriva la pressione sindacale, o peggio, finché non arriva un morto.