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PNRR, 2,4 miliardi per gli asili nido: esclusa metà dei Comuni, fuori i piccoli

PNRR, 2,4 miliardi per gli asili nido: esclusa metà dei Comuni, fuori i piccoli

I centri con meno di 20 bambini non possono accedere ai bandi. Gabriele Ventura, ANCI: "Non considerati i contesti territoriali. E anche chi partecipa potrebbe andare in difficoltà".

Oltre la metà dei Comuni italiani non ha un numero di bambini residenti sufficiente a realizzare uno degli asili nido finanziati con i 2,4 miliardi di euro stanziati dal Governo e compresi nella Missione 4 – Istruzione e ricerca del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. E le strutture che saranno attivate potranno funzionare assumendo all’incirca 42.000 educatori e ausiliari, il cui stipendio dovrà essere pagato da Stato (75%) e Regioni (25%) con fondi ordinari di bilancio che potrebbero essere insufficienti già per il 2027, primo anno di entrata a regime di tutti i servizi attivati all’esito dei tre bandi necessari per utilizzare tutti i fondi del PNRR.

Un dato, quest’ultimo, che ha sorpreso il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, costretto a prendere atto delle difficoltà dei Comuni, soprattutto quelli del Sud, a mettere nero su bianco progetti tecnici fattibili e, per altro verso, a realizzare politiche di emancipazione delle donne e di socializzazione dell’educazione anche nel periodo zero-tre anni.

PNRR, due bandi e una proroga per dotare i Comuni di asili nido: il ministero guarda a Sud

Alla costruzione di nuovi asili nido o alla riqualificazione di quelli esistenti sono destinati 2,4 miliardi di euro, con l’obiettivo di garantire questo servizio al 33% dei bambini residenti in Italia di età inferiore ai tre anni e favorire la più diffusa conciliazione tra vita familiare e attività lavorativa, indispensabile a promuovere la partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro.

Il dato di partenza, a livello nazionale, lo fornisce l’ISTAT, che al 31 dicembre 2019 quantifica l’esistenza in Italia di 25,5 posti per 100 bambini. Risultato che è la media tra valori territorialmente diversi: si va dai 35,3 posti dei Comuni del Centro ai 14,5 di quelli del Sud.

E proprio dalle Regioni del Mezzogiorno, destinatarie della maggiore quota di finanziamento (55,29%), è arrivato il minor numero di istanze al primo bando, scaduto il 28 febbraio, sulle 953 che assommavano 1,2 miliardi. La scadenza è stata quindi prorogata al 31 marzo, ottenendo altre 723 domande e un impegno di spesa complessivo di circa 2 miliardi.

A quel punto, il ministero ha deciso di assegnare 330 milioni a Comuni che si erano candidati con più istanze e ha confezionato un ulteriore bando, scaduto il 31 maggio, dedicato alle Regioni del Sud, da cui sono arrivate altre 74 domande – 22 dalla Sicilia; 10 dalla Campania; 9 ciascuna da Abruzzo, Basilicata e Molise; 7 dalla Calabria; 4 ciascuna da Puglia e Sardegna – con un ammontare di 80 milioni.

Per ottenere, pur così faticosamente, il risultato preventivato è stato necessario attivare una rete di assistenza, sostegno e sollecitazione che ha compreso ANCI, prefetture e Agenzia per la Coesione, oltre che una campagna di comunicazione specifica. Segno che “non basta solo avere i soldi per realizzare gli investimenti”, afferma Gabriele Ventura, coordinatore Area Educazione e Istruzione di ANCI Emilia-Romagna, “servono capacità tecnica e cultura politica”.

Ma i Comuni non riescono: il nodo della gestione e dell’assunzione dei 42.000 educatori

Il Governo ha dovuto fare i conti, per l’ennesima volta, con il progressivo e inarrestabile depauperamento professionale e finanziario dei Comuni e, probabilmente, ha fissato obiettivi sovrastimati rispetto alle reali capacità – e volontà – di chi amministra le comunità locali. Perché, disegnati i progetti necessari a chiedere e magari ottenere il finanziamento dell’opera, bisogna che ci si attivi da subito per la gestione ordinaria già nel 2022. Il Governo ha previsto di attivare 15.639 posti aggiuntivi già quest’anno e ha stanziato 120 milioni di euro da destinare a 4.959 Comuni che garantiscono un numero di posti inferiore a 28,8 su 100 bambini. E “non c’è dubbio che i Comuni medio-piccoli potrebbero andare in difficoltà senza supporto tecnico – continua Ventura – al punto da non riuscire ad accedere ai fondi già stanziati per il 2022”.

Rischia, quindi, di essere falso il primo passo compiuto per attuare i Livelli Essenziali delle Prestazioni previsti per gli asili nido, che dovranno essere garantiti da circa 42.000 educatori, sul cui reclutamento si dovrebbero investire 900 milioni di euro di qui al 2027. Gli esperti calcolano che una quota potrà essere garantita dagli esuberi di personale dell’ecosistema scolastico provocati dall’attualmente inevitabile calo demografico. Il resto, non meno di 30.000 unità, sarà necessario reclutarlo tra quanti possiedono qualifiche specifiche.

Stando alle indicazioni di legge, a partire dal 2017 si diventa educatori frequentando un corso di laurea triennale con indirizzo specifico. Previsione corretta – è indispensabile avere una solida formazione teorica per affrontare un lavoro così delicato – adottata quando non c’era all’orizzonte un simile fabbisogno professionale. La prima, realistica previsione è che i Comuni, quand’anche potessero e volessero assumere, non avranno a disposizione personale qualificato in quantità sufficiente a coprire i servizi finanziati con il PNRR. La previsione conseguente, altrettanto realistica, è che i Comuni saranno costretti ad affidare alle cooperative sociali la fornitura della gran parte degli stessi servizi.

Quando ciò accade, a rimetterci sono le lavoratrici e i lavoratori per almeno due motivi: le gare d’appalto, normalmente, privilegiano il minor costo della prestazione rispetto alla sua qualità, ovviamente a scapito della retribuzione degli educatori e dell’organizzazione del lavoro; i contratti collettivi nazionali di categoria non sono armonizzati tra loro e non rendono possibile un corretto inquadramento degli educatori che il titolo idoneo lo posseggono. E non ci voleva il PNRR a far emergere questa realtà, da cui derivano fenomeni di cosiddetto “lavoro povero” e un elevato turn over del personale. A scapito degli utenti del servizio: i bambini e le loro famiglie.

Se i Comuni non hanno abbastanza bambini per costruire asili nido

A proposito di bambini e famiglie, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non produce alcun effetto nei Comuni in cui sono nati e risiedono meno di 20 bimbe e bimbi all’1 gennaio 2021.

Sono 4.389 i piccoli centri, pari al 55,54% dei municipi italiani, che non hanno un’utenza potenziale tale da consentire l’accesso ai bandi per gli asili nido. Un’evidenza demografica e statistica che spinge Gabriele Ventura a esprimersi in modo critico rispetto alla suddivisione dei fondi sulla base delle macroaree Nord-Centro-Sud: “I contesti territoriali sono molto diversi anche all’interno di una stessa Regione, per cui sarebbe stato più utile prendere in considerazione le differenze esistenti tra aree urbane e centri rurali, tra pianura e collina”. Con l’obiettivo di garantire l’attivazione di servizi diversi dagli asili nido, economicamente insostenibili sotto una certa dimensione e comunque destinati alla fascia zero-tre anni, come di promuovere la maggiore e migliore integrazione tra piccoli Comuni degli stessi comprensori territoriali.

Ora che i bandi sono stati chiusi, le graduatorie delle 1.750 istanze comunali sono in fase di approvazione ed è atteso ai primi di settembre (nonostante la crisi di Governo) il decreto ministeriale che assegna i fondi, non ci può essere spazio ai ripensamenti strategici. Eppure, quando il ministro Bianchi ha scelto di appostare 2,4 miliardi sugli asili nido, avrebbe dovuto approfondire l’esito della scelta del Governo Monti di destinare 400 milioni di euro dei fondi del Piano di Azione e Coesione proprio alla costruzione di queste infrastrutture sociali in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia: quattro anni dopo l’avvio del programma, approvato nel 2012, restavano da spendere ancora 100 milioni. Speriamo non accada di nuovo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

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Photo credits: mamana.jp