Artigianato sardo, un’isola nell’isola. La crisi minaccia 200 microimprese

Le PMI artigiane della Sardegna boccheggiano. I ritmi di produzione e le reti commerciali erano problemi di lunga data che il COVID-19 ha aggravato: meno di due imprese su dieci hanno integrato le tecnologie digitali nel loro business.

Manuela Anedda ha 44 anni e un negozio-laboratorio di ceramiche artigianali aperto a Carbonia (SU) a fine ottobre 2019 dopo anni di sacrifici e tanta attesa. Subito dopo sono arrivati il COVID-19 e la crisi. Oggi Manuela ha dovuto lasciare quello spazio che le era costato tanto lavoro.

La storia di Manuela è quella di tante altre microimprese del territorio del Sud Sardegna che hanno subito l’impatto della crisi e non sono più riuscite a riprendersi. Un problema generalizzato in Italia (sono circa il 30% le unità di microimprese che sono state spazzate via dalla pandemia), ma che vede la Sardegna rientrare tra le cinque regioni più a rischio per la sopravvivenza delle MPMI secondo i dati Istat, insieme a Umbria, Abruzzo, Basilicata, Calabria e Campania.

In Sardegna le microimprese sono oltre 100.000 e rappresentano il 96,4% delle imprese totali, valore simile al Mezzogiorno e superiore di oltre due punti al Centro-Nord. Tale distanza è determinata dall’elevata diffusione delle attività di vendita al commercio e al dettaglio: in Sardegna quelle con meno di dieci addetti rappresentano il 27,5% del totale, mentre nel Centro-Nord sono il 21,3%. Un’imprenditoria che, secondo la CGIA di Mestre, dà lavoro al 53,4% della popolazione attiva in Regione.

La doppia crisi dell’artigianato sardo

All’interno del mondo della microimprenditoria sarda, la crisi da COVID-19 ha messo in ginocchio le circa duecento imprese iscritte alle Camere di Commercio dell’artigianato artistico tipico e tradizionale, che producono tappeti, coltelli, ceramica, gioielli, monili in corallo, che intrecciano fibre naturali e che lavorano legno, pietra, pelle e vetro.

Un settore fortemente legato al turismo, in cui l’export toccava i trenta milioni e il cui valore aggiunto sfiorava i cento milioni di euro. Numeri che dopo la pandemia vanno in direzione opposta: un calo delle vendite del 70%, che per qualche azienda ha toccato il 95%, con ovvie conseguenze.

Il blocco imposto dal COVID-19, con i conseguenti limiti al turismo e all’economia, ha messo a rischio in generale l’esistenza della microimprenditoria artigianale sarda, che sconta in aggiunta anche il problema della competizione globale e del ricambio generazionale, come sottolineato da Confartigianato Imprese Sardegna.

Artigiani sardi, un lavoro nel lavoro: “Dopo il COVID-19 devo trovare nuovi canali di vendita”

“Prima di fare questo lavoro facevo l’arredatrice”, racconta Manuela Anedda. “Quando però le aziende del complesso industriale di Porto Scuso hanno iniziato a chiudere, la crisi si è riversata sul territorio. Molti negozi hanno chiuso a loro volta, o hanno ridotto il personale; io sono stata licenziata. Con i soldi della disoccupazione ho pagato un corso di ceramica, mi è piaciuto e ho continuato. Dopo anni di hobbismo, grazie al microcredito regionale, nel 2019 sono finalmente riuscita ad aprire la partita IVA e un mio negozio”.

“Il mio è un settore particolare. Quando ci hanno chiusi a marzo 2020 eravamo in piena stagione, avrei dovuto iniziare con gli articoli da regalo per le cerimonie, e invece hanno cancellato tutto e la stagione è stata annullata. Questo si è sommato al resto: le casse integrazioni che non arrivavano, la mancanza di soldi, chi ha perso il lavoro… una situazione che ha aggravato lo stato di salute del territorio, e in cui la gente di certo non va a compare beni che non sono di prima necessità. Con la stagione turistica 2020 ho recuperato solo le spese e i costi di gestione, ma non è stato abbastanza.”

“Oggi riesco a non chiudere l’attività, ma ho dovuto rinunciare al negozio e sono dovuta tornare a lavorare a casa. Questo è molto difficile, perché devo anche cercare nuovi canali di vendita e pensare a nuovi prodotti specifici. Sono cose che sto facendo da sola, e non è facile. Sono io che sto cercando una nuova strada per sopravvivere. Faccio un lavoro manuale: o creo il prodotto o mi metto in internet a venderlo. È molto difficile.”

Manuela riesce ancora a sopravvivere, ma con grande fatica. Per ora la sua storia è comunque più fortunata rispetto a quella delle altre 5.334 imprese femminili sarde che hanno chiuso nel corso del 2020 (dato CNA Impresa Donna), con un calo del 14% rispetto al totale dell’anno precedente.

Un patrimonio culturale, oltre che imprenditoriale

La microimprenditoria dell’artigianato sardo costituisce una sezione del comparto produttivo regionale in grado di rappresentare e diffondere la cultura regionale, l’identità e l’immagine della Sardegna al di fuori dei suoi confini.

Quando queste attività scompaiono, spesso accade perché non reggono il ritmo delle produzioni industriali e hanno una rete commerciale che non permette loro una sostenibilità economica. A queste difficoltà di base dal 2020 si è aggiunto il COVID-19, che mette a rischio l’unicità di ciò che queste attività creano e commerciano.

Il COVID-19 si somma ad altre problematiche già esistenti, quali costi d’impresa troppo alti, difficoltà burocratiche, mancanza di personale specializzato e di percorsi formativi, o la concorrenza dei prodotti contraffatti, come lamentano le associazioni di categoria.

Vendita online, meno burocrazia, marchi di qualità: come salvare la microimprenditoria sarda

Proprio le associazioni di categoria stanno lavorando per nuove iniziative finalizzate al sostegno di queste realtà (aiuto all’innovazione tecnologica, percorsi di ricerca su tecniche, stili e materiali, e ancora progetti specifici per i giovani).

Confartigianato si sta anche impegnando per far fronte alla massiccia cancellazione delle fiere dovuta al COVID-19, proponendo nuovi progetti di creazione di piattaforme virtuali o di temporary shop che possano tamponare le perdite causate dagli eventi mancati.

È stato anche proposto dall’Associazione Artigiana il ripristino dello storico marchio ISOLA, per il riconoscimento della figura del “maestro artigiano” e per l’aggiornamento dell’elenco delle imprese nella “Vetrina dell’Artigianato Artistico della Sardegna”: ideata nel 2014, contiene l’elenco di tante produzioni artigianali artistiche d’eccellenza come le ceramiche, i gioielli, l’intreccio, il lapideo, il legno, i metalli lavorati, il pellame, i tessuti e il vetro.

Visto il protrarsi di questa crisi, tuttavia, sembrano urgenti anche altre misure, più strutturali, per aiutare micro e piccole aziende non solo a superare il momento attuale, ma anche a creare delle condizioni di crescita future. Tra le tante tematiche spiccano quelle su cui da tempo anche l’Europa chiede all’Italia di agire, come l’ampliamento dell’accesso per le PMI all’export non solo nel Vecchio Continente, ma anche nei mercati esterni all’UE.

Non meno importante anche l’annosa questione dell’eccesso di oneri regolamentari e amministrativi, che nemmeno di fronte alla crisi hanno ridotto la loro complessità.

Artigianato sardo, solo due imprese su dieci sfruttano il digitale

Una riflessione meriterebbe poi il tema dell’innovazione.

Se da un lato le nuove tecnologie hanno permesso a molti di prosperare durante la pandemia, dall’altro sono state un limite che ha penalizzato alcuni prodotti a scapito di altri, non per la loro qualità, ma per la disponibilità di risorse e competenze adeguate.

Fino a oggi sono circa il 17% le PMI che hanno integrato con successo le tecnologie digitali nel proprio business. Il restante 83% continua a essere indietro, e avrebbe invece bisogno di sostegni e programmi per sfruttare al meglio le potenzialità dell’innovazione.

Di fronte a queste problematiche sorge spontaneo concludere che, assodato che l’artigianato sardo può essere una grande ricchezza per il territorio regionale, il COVID-19 ha sottolineato la fragilità di questo comparto così importante. Una microimprenditoria virtuosa, che porta lavoro e benefici economici al territorio, e che ora necessita di una pronta risposta delle istituzioni per non rischiare di lasciare indietro altre aziende.

Il rischio è quello che non si faccia in tempo a correre ai ripari. Gli imprenditori come Manuela, nel frattempo, continuano a lottare per il loro futuro.

Photo credits: madeinitalyfor.me

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