Non sempre, però, è necessario che qualcuno ci chieda spiegazioni: spesso siamo noi i primi a fornirle. “Prendo un giorno, ma ho già finito tutto”. “Parto, ma resto raggiungibile”. Sono frasi che si appiccicano ai giorni di vacanza e diventano una forma di protezione: se spiego perché mi assento e dimostro di essermelo meritato, forse nessuno penserà sia poco produttivo o inaffidabile.
“Viviamo in una società che ha trasformato il lavoro in un indicatore identitario, non solo di performance” osserva Campisi. Basti pensare alle parole che usiamo quando parliamo di qualcuno. “Descrizioni come ‘è un grande lavoratore, non si ferma mai, è sempre disponibile’ sono considerate positive, quasi incoraggianti. Ecco perché” ricorda Campisi, “la quantità di tempo dedicata al lavoro finisce per diventare una valutazione della persona nel suo complesso. Il lavoro ci rende visibili, riconoscibili, produttivi e misurabili. Il tempo libero, invece, ci sottrae temporaneamente a questa misurazione”.
Ciò accade sia a chi è agli inizi che a chi ha un rapporto più consolidato con l’azienda. Campisi richiama la piramide di Maslow: il lavoro può rispondere al bisogno di sicurezza, ma anche a quello di riconoscimento sociale. Per questo, vedere qualcuno scegliere il tempo libero può mettere in discussione le priorità date alla nostra vita.
Senza dimenticare che, quando il lavoro diventa la principale fonte di riconoscimento, fermarsi può far emergere un senso di vuoto. “Il workaholism è anche bisogno di controllo: quando lavoro, ho un mio equilibrio; quando mi togli l’oggetto del controllo, non mi sento più visto”.
Il rischio è perdere via via pezzi della propria identità, fino a non sapere più chi siamo quando non si lavora.
E questo può capitare anche ai lavoratori autonomi: “Per un freelance, prendersi una pausa significa spesso fare i conti con il timore di perdere un cliente, non intercettare un’opportunità o non rispondere abbastanza in fretta” afferma la psicologa. “In questo caso non è necessario ci sia un responsabile a esercitare pressione: il giudizio può essere interiorizzato e continua ad agire anche quando nessuno lo sta formulando”.