Ma le ferie ce le godiamo davvero?

Quando andiamo in ferie ci fermiamo davvero o continuiamo a lavorare con la testa? Con la psicologa del lavoro Claudia Campisi, una riflessione sul senso di colpa e sul ruolo delle ferie, che non sono una concessione, ma una necessità

Ferie finite: ma ci siamo davvero riposati? Un sole disegnato sulla sabbia cancellato da un'onda

“Non mi sembra giusto prendere le ferie per un concerto”. Se questa frase vi sembra strana o fuori contesto, è quanto mi è stato detto dopo il concerto di Cesare Cremonini cui ho partecipato a giugno con le mie amiche e per il quale, da appassionate, ci siamo organizzate per essere all’Ippodromo di Milano alle 16 (inizio previsto alle 20.45). Chi prendendo ferie, appunto, chi permessi, chi solo scegliendo, da freelance, di lavorare mezza giornata.

Da quella frase – preceduta da un “Ma non lavorate?” e da tante altre conversazioni origliate sui mezzi di Milano – ho cominciato a prestare maggiore attenzione al rapporto che gli Italiani hanno con i giorni di ferie.

Rapporto che non è così lineare come si potrebbe credere: si riconosce sì, alle ferie, una funzione di recupero, ma di fatto non ci si sente davvero liberi di utilizzarle come e quando si vuole. A dirlo anche la ricerca HR & Payroll Pulse, condotta da SD Worx, partner per soluzioni HR, paghe e presenze: solo il 44,5% degli italiani riesce a godere di tutti i giorni maturati, e il 44% teme che la propria assenza possa mettere sotto pressione i colleghi.

A questo punto mi sono chiesta: ci godiamo davvero le ferie per quello che dovrebbero essere? Quanto lavoro ci portiamo dietro anche quando dovremmo staccare la spina? E poi: le ferie sono tutte uguali?

Ferie di serie A e ferie di serie B

Se andare in ferie per una necessità famigliare, un viaggio programmato da tempo o durante le due settimane centrali di agosto sembra quasi naturale, tutto ciò che ha a che fare con il tempo libero da qualsiasi condizionamento rischia quasi di essere mistificato. Un concerto, così come un hobby, o anche solo ascoltare il proprio corpo e riposarsi, sembra non avere la stessa dignità di altre “ferie comandate”.

Per capirne di più, mi sono rivolta a Claudia Campisi, psicologa del lavoro: “Le ferie, pur essendo un diritto e parte integrante dei CCNL, vengono ancora lette attraverso una lente culturale morale e giudicante. In molte organizzazioni il tempo libero è una risorsa da meritare, posta in cima a una montagna di task da smarcare”.

Da qui nasce la sensazione che esistano un modo giusto e uno sbagliato di riposarsi. E, soprattutto, l’idea che gli altri possano valutare se l’uso che facciamo delle nostre ferie sia, come dire, “appropriato” (come nel caso del concerto).

“Proiettiamo negli altri ciò che non riusciamo a concederci o a chiedere”

“Spesso ci troviamo di fronte a vere e proprie proiezioni: ciò che critico nell’altro è ciò che non mi concedo io. Anche in ambito lavorativo accade quando, per esempio, una persona è in lizza per una promozione o desidera un aumento. Le persone dicono di volere e meritare di più, ma spesso non sono capaci di chiederlo. Guardano l’altro e anelano alla sua intraprendenza, a quella capacità di chiedere che, al contrario, le paralizza e impedisce loro di fare anche una richiesta semplice e legittima” continua Claudia Campisi.

La critica può quindi nascere dall’incapacità di autodeterminarsi e di fare presenti i propri bisogni. A volte, spiega la psicologa del lavoro, “può essere legata a esperienze relazionali che non hanno lasciato spazio alla loro espressione”. Si finisce così per giudicare anche ciò che l’altro farà durante il tempo libero: il viaggio può essere approvato, il concerto no; l’esigenza famigliare è comprensibile, ma il piacere personale rischia di essere letto come superficialità.

“È come se le persone avessero interiorizzato delle norme implicite secondo cui le ferie vanno usate per motivi seri, e chi è dall’altra parte, a volte, proprio per paura del giudizio, non condivide con i colleghi cosa fa nel suo tempo fuori dal lavoro.”

Perché sentiamo il bisogno di giustificare il nostro tempo libero

Non sempre, però, è necessario che qualcuno ci chieda spiegazioni: spesso siamo noi i primi a fornirle. “Prendo un giorno, ma ho già finito tutto”. “Parto, ma resto raggiungibile”. Sono frasi che si appiccicano ai giorni di vacanza e diventano una forma di protezione: se spiego perché mi assento e dimostro di essermelo meritato, forse nessuno penserà sia poco produttivo o inaffidabile.

“Viviamo in una società che ha trasformato il lavoro in un indicatore identitario, non solo di performance” osserva Campisi. Basti pensare alle parole che usiamo quando parliamo di qualcuno. “Descrizioni come ‘è un grande lavoratore, non si ferma mai, è sempre disponibile’ sono considerate positive, quasi incoraggianti. Ecco perché” ricorda Campisi, “la quantità di tempo dedicata al lavoro finisce per diventare una valutazione della persona nel suo complesso. Il lavoro ci rende visibili, riconoscibili, produttivi e misurabili. Il tempo libero, invece, ci sottrae temporaneamente a questa misurazione”.

Ciò accade sia a chi è agli inizi che a chi ha un rapporto più consolidato con l’azienda. Campisi richiama la piramide di Maslow: il lavoro può rispondere al bisogno di sicurezza, ma anche a quello di riconoscimento sociale. Per questo, vedere qualcuno scegliere il tempo libero può mettere in discussione le priorità date alla nostra vita.

Senza dimenticare che, quando il lavoro diventa la principale fonte di riconoscimento, fermarsi può far emergere un senso di vuoto. “Il workaholism è anche bisogno di controllo: quando lavoro, ho un mio equilibrio; quando mi togli l’oggetto del controllo, non mi sento più visto”.

Il rischio è perdere via via pezzi della propria identità, fino a non sapere più chi siamo quando non si lavora.

E questo può capitare anche ai lavoratori autonomi: “Per un freelance, prendersi una pausa significa spesso fare i conti con il timore di perdere un cliente, non intercettare un’opportunità o non rispondere abbastanza in fretta” afferma la psicologa. “In questo caso non è necessario ci sia un responsabile a esercitare pressione: il giudizio può essere interiorizzato e continua ad agire anche quando nessuno lo sta formulando”.

Ma riusciamo davvero a staccare?

I problemi, poi, vanno oltre la richiesta di ferie: anche quando riusciamo a prenderle, il lavoro spesso viene con noi. Come emerge dall’Osservatorio Welfare 2026 di Edenred Italia, il 29% dei dipendenti dichiara di fare fatica a staccare dal lavoro e di pensarci di continuo. Una difficoltà percepita anche dagli HR: il 46% di loro rileva che il lavoro occupa i pensieri delle persone anche oltre l’orario lavorativo.

Il disagio può iniziare prima della partenza: secondo una ricerca CamperDays-Censuswide del 2025, nel chiedere le ferie lo prova il 47% dei Millennial, il 38% della Gen Z e il 40% della Generazione X. Si parla di out office anxiety che, nel complesso, è esperita dal 40% del campione intervistato.

“C’è spesso un tema di disorganizzazione e sovraccarico” sottolinea Campisi. “Quello che appare come un problema individuale è lo specchio di un limite organizzativo: attività non delegabili, competenze concentrate e assenze non pianificate. La persona si sente indispensabile, ma può essere il sistema a renderla tale”.

Troppe aspettative sulle ferie

C’è poi il rischio, sempre più diffuso, di caricare le ferie di aspettative eccessive. Si arriva alla pausa estiva dopo aver lavorato tantissimo, e si chiede al fisico e alla mente di riposare, divertirsi e recuperare tutte le energie perse durante l’anno in appena due settimane.

“Se sovraccarico le ferie come periodo di guarigione, divertimento e relax, farò i conti con una grande delusione” spiega Campisi. Ecco perché sarebbe più intelligente distribuirle durante l’anno. “Non è un modo per frammentare il riposo, ma per creare più finestre di rigenerazione. Se ci arrivi troppo stanco e con troppe aspettative, non riesci a lasciarti andare. Chi si prende una settimana a giugno o un weekend a luglio, per fare un esempio, può conservare un po’ del mood positivo delle ferie”.

Che cosa possono fare le aziende per le nostre ferie?

Senza dimenticare che, come sancito dall’articolo 36 della Costituzione, le ferie rappresentano un diritto fondamentale e irrinunciabile: quello al riposo. Ma tra l’esistenza formale di un diritto e la possibilità concreta di esercitarlo può esserci una distanza enorme. Distanza che spetterebbe alle aziende colmare, normalizzando l’utilizzo delle ferie – anche in periodi diversi dell’anno – semplificando le procedure di richiesta, programmando le sostituzioni ed evitando comunicazioni che celebrano l’iperlavoro.

Un ruolo importante spetta ai manager. “L’idea è che siano loro stessi portatori della possibilità di prevedere un lungo periodo in cui ci si possa fermare” precisa Campisi. “Devono gestire le assenze senza giudicare il tempo libero e mostrare per primi che fermarsi è possibile. Bisogna promuovere modelli di leadership che includano il riposo come parte della performance”.

Oggi le persone parlano in modo più aperto di benessere, burnout ed equilibrio, scollegandoli però dagli strumenti che possono avvicinare all’obiettivo di salute. “Gradualmente, le ferie non sono più viste soltanto come una pausa estiva, ma non sono ancora considerate del tutto uno strumento di salute psicologica. La mentalità ‘prima il dovere, poi il piacere’ è tanto radicata quanto difficile da scardinare. Stiamo cambiando, ma siamo in una fase di transizione: il diritto è chiaro, la cultura è ancora ambivalente” chiosa Campisi.

 

 

 

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