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Officine Cerutti, le spoglie vanno ai compratori. E i licenziamenti salgono a 1.366

Officine Cerutti, le spoglie vanno ai compratori. E i licenziamenti salgono a 1.366

Da 1.500 operai a 134, e presto ancora meno. Le Officine Cerutti, storico produttore di tipografie, sono alle battute finali, in attesa dell’asta del 30 giugno.

Da 122 giorni sono in presidio davanti allo stabilimento dove lavoravano fino a tre mesi fa. Sono i dipendenti delle Officine Meccaniche Giovanni Cerutti.

Attendono una soluzione a una vicenda che orma si trascina da anni, cioè dal settembre 2020, quando i libri erano già stati portati in tribunale e si cercò di ripartire con una nuova società. Il 31 agosto di quell’anno, a seguito di due istanze depositate da altrettante società in concordato preventivo (la Officine meccaniche G.Cerutti e la Cerutti Packaging Equipment), il tribunale di Vercelli diede la possibilità di creare una Newco: il Gruppo Cerutti S.r.l., che riprendesse a lavorare conservando 134 posti lavoro.

L’obiettivo era anche quello di tutelare un marchio storico di Casale, con alle spalle quasi cento anni di storia; uno dei simboli della città, ma anche una fabbrica che dava lavoro a molti casalesi.

Addio alle Officine Cerutti. La fine di una storia lunga cent’anni

Nata nel 1920 grazie a Giovanni Cerutti, la società era la naturale prosecuzione dell’attività intrapresa nel 1800 dal padre. La vicenda della Cerutti iniziò con la produzione di macchine per la tipografia, e per tutto il Novecento fu un crescendo, grazie alla costruzione di macchine per stampare i rotocalchi, come ad esempio il quotidiano il Tempo, ma anche i giornali della Arnoldo Mondadori.

Negli anni la società si è sviluppata inglobando stabilimenti a Barcellona, Milwaukee e Detroit, ma rimanendo ancora in Piemonte con i siti di Casale e di Vercelli e in Lombardia a Candia e Tavazzano. Oggi rimane solo un capannone in dismissione a Vercelli e la fabbrica di Casale, quella dalla quale tutto è partito, dove i lavoratori sperano di poter tornare a lavorare anche grazie a due offerte che sono sul piatto dal 3 maggio e ad altre eventuali che potrebbero arrivare per l’asta del 30 giugno.

«Al 30 giugno – dice Maurizio Canello della CGIL – si va all’asta e si chiude la gara. La Boost, un’azienda Svizzera che ha uno stabilimento a pochi chilometri, ha fatto un’offerta di cinque milioni. Rinascita, una cordata italiana della quale fanno parte Ernesto Pellegrini e Diana Bracco, si è manifestata più volte ma non ha ancora fatto un’offerta vincolante.»

Gli interessi dei potenziali compratori: brutte notizie per i lavoratori

Dagli incontri dei lavoratori con i due potenziali acquirenti è emerso che la cordata svizzera sarebbe interessata in prevalenza al marchio. Assumerebbe, infatti, soltanto 30 lavoratori e non utilizzerebbe lo stabilimento.

«Ciò che gli interessa – dice Luca Barbero, uno degli operai della Cerutti – è avere il marchio, avere un concorrente in meno e i nostri disegni e progetti, oltre che i nostri clienti. Le macchine per la tipografia sono un settore che sta lentamente scomparendo, ma negli ultimi anni avevamo iniziato a lavorare nelle macchine per il packaging, e quello è comunque un mercato in crescita».

Rinascita, cioè l’altra cordata, invece si è detta interessata a mantenere 54 lavoratori e lo storico stabilimento di via Adam. Ma al momento sembra la proposta meno concreta, anche perché il gruppo di imprenditori era già entrato nella composizione societaria un anno fa, non riuscendo però a sistemare la situazione, che oggi è sfociata in un altro fallimento. Ma la crisi arriva da lontano: già dal 2013 si è ricorso a contratti di solidarietà e cassa integrazione, e addirittura si introdusse il part time.

«Abbiamo organizzato – dice Roberto Annarratone, un altro operaio – dei turni tra noi lavorando un po’ tutti. Ce li eravamo inventati pur di evitare i licenziamenti.»

Lo stillicidio degli operai nella Cerutti: da 1.500 a 134

In questi anni il numero di impiegati della Cerutti si è via via assottigliato.

Si è partiti da 1.500 in tutto il gruppo fino a rimanere ai 500 di Casale, e ora ai 134 che stanno organizzando il presidio. A giugno 2020 i lavoratori erano 290. Per 160 di loro c’è stata la cassa a zero ore; quando è nata la Newco ne sono stati assunti 134. La maggior parte dei 160 che erano avviati al licenziamento si è ricollocata, o con nuovi lavori o con i prepensionamenti, ma ne rimangono altri 54 che oggi si assommano ai 134 in attesa di sapere quale sarà il loro futuro.

«La cosa positiva – dice Luca Barbero – è che ad esempio per me, che sono un montatore meccanico, c’è mercato, ma non in zona. Stiamo lottando non solo per i nostri posti di lavoro, ma anche per mantenere a Casale una delle sue industrie storiche. Io ho 50 anni e lavoro qui dal 1995. Da tempo ci battiamo per conservare questo patrimonio. La politica ci ha anche aiutato, la questione è arrivata fino in Parlamento, ma una soluzione non si trova

Gli fa eco Fulvio Foglia: «Questo quartiere – racconta – si chiama Oltreponte. C’erano almeno quattro fabbriche, era il cuore produttivo di Casale. Oggi siamo rimasti solo noi e siamo in procinto di chiudere. Nella fabbrica davanti alla nostra a settembre arriverà un altro supermercato. Una volta Casale era la città delle fabbriche: la chiamavano la “Piccola Milano”. Oggi è la città dei supermercati. Continuano a costruirne, ma se la gente non ha lavoro mi chiedo chi vada farci la spesa».

Il lavoro c’è, ma è chiuso dentro la fabbrica. Operai fermi e commesse in sospeso

Nel presidio continuo degli operai c’è un misto di rabbia per le loro condizioni personali e di voglia di conservare un patrimonio tecnico, lavorativo e di sapere della città.

«Sono 34 anni che lavoro qui», dice Roberto Annarratone. «Prima al montaggio, anche in giro per il mondo, e ora come mulettista. Sono cresciuto in questa azienda, ma gli ultimi mesi sono stati davvero duri. Stiamo aspettando la cassa integrazione del mese di aprile. Per fortuna che mia figlia è sposata e mia moglie sta lavorando. Andrò in pensione nel 2026. Per me non è semplice ricollocarmi».

Per i lavoratori poi c’è la rabbia di sapere che il loro prodotto è comunque richiesto dai clienti. «Abbiamo nove commesse ferme», continua Annarratone. «Una macchina abbandonata a metà che aspetta di essere finita. E poi ci sono le nostre famiglie. Fortunatamente mia moglie lavora, ma qui ci sono anche delle coppie che erano dipendenti della Cerutti. All’inizio la gente ci ha aiutato e ci ha sostenuto, ma dopo 122 giorni ci si dimentica anche di noi».

L’apprensione riguarda poi anche il futuro. «Più passa il tempo – spiega Canello – più si rischia di perdere delle commesse. È importante che si trovi una soluzione il prima possibile, per non disperdere un patrimonio».

Senza la sua ultima fabbrica, anche la città rischia di svuotarsi

I lavoratori intanto ogni giorno si ritrovano nell’androne della fabbrica chiusa, dove nessuno può entrare. Dentro ci sono le loro macchine, fuori un tavolo dove si chiacchiera, si beve il caffè, si taglia un salume e si discute di quello che un tempo a Casale era molto di più che un distretto industriale: era un vero e proprio orgoglio. La fabbrica era arrivata ad avere filiali in tutto il mondo, mentre oggi, dopo cent’anni, potrebbe sparire da Casale.

«Non è solo la questione di trovare un altro lavoro», dice Barbero. «Il problema è che chi si reimpiega lo fa di sicuro lontano da Casale, e a poco a poco la città si svuota. In un posto che ha 25.000 abitanti la chiusura dell’ultima fabbrica di duecento lavoratori si sente».

Nei discorsi tra le bandiere penzoloni della CGIL e gli striscioni dall’altra parte della strada, però, ricorre un incessante interrogativo, che non trova risposta nemmeno dopo mesi di analisi e di discussioni: come è stato possibile perdere anche la Cerutti?

Photo credits: weeklymagazine.it