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Reinserimento lavorativo dei detenuti: l’Italia ci crede?

Reinserimento lavorativo dei detenuti: l’Italia ci crede?

I meccanismi del lavoro dentro e fuori dal carcere spiegati da una Garante dei diritti delle persone private della libertà: articolo 20, legge Smuraglia e clausola sociale.

È importante promuovere e rafforzare tutti i percorsi che investono nei confronti di coloro che vivono nella condizione di detenzione, e che ne usciranno. Il lavoro è una delle maggiori armi per abbattere la recidiva, cioè la possibilità che una persona ripeta un reato.

Detenuti al lavoro: come e quando avviene?

Il lavoro all’interno degli istituti penitenziari è previsto e regolamentato dall’art.20 dell’ordinamento penitenziario ed è articolato in quindici paragrafi. Fondamentali i primi due che introducono e regolamentano la materia:

  1. Negli istituti penitenziari e nelle strutture ove siano eseguite misure privative della libertà devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione ai corsi di formazione professionali. A tale fine possono essere organizzati e gestiti all’interno e all’esterno dell’istituto lavorazioni e servizi attraverso l’impiego di prestazioni lavorative dei detenuti e degli internati. Possono, altresì, essere istituite lavorazioni organizzate e gestite direttamente da enti pubblici e privati e corsi di formazione professionale organizzati e svolti da enti pubblici o privati.
  2. Il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato.

L’articolo prevede nei successivi paragrafi le varie modalità per organizzare il lavoro e le disposizioni alle quali attenersi.

Gli ambiti comuni delle lavorazioni all’interno degli istituti sono la cucina, la ristorazione, il giardinaggio e l’agricoltura, insieme all’edilizia e all’elettronica. Si garantisce da parte dell’amministrazione penitenziaria un salario minimo per coloro che svolgono attività lavorative. Quindi il lavoro è previsto e dovrebbe essere rivolto a tutte le persone che ne fanno richiesta.

Fame e penuria di lavoro all’interno delle carceri

Ma nella realtà degli istituti, soprattutto quelli in cui ci sono molte persone detenute, il lavoro interno non può essere garantito a tutti coloro che ne fanno richiesta, e così come avviene per l’esterno si formano liste di attesa per accedervi. Così, la direzione può stabilire dei criteri per l’ammissione. Anche il lavoro proposto da strutture private all’interno degli istituti riguarda un numero ridotto di detenuti, che vengono selezionati in base alle loro capacità. Il lavoro penitenziario gestito direttamente dall’amministrazione interna è finalizzato quindi al funzionamento dell’istituto stesso: la pulizia, il vitto, il lavoro di rifacimento murario, tutto è previsto per la vita dei detenuti.

Per molti di loro l’accesso al lavoro rappresenta una possibilità di sopravvivenza vera e propria. Sono tante infatti le persone detenute, soprattutto quelle che debbono scontare una lunga pena, che si trovano in condizioni economiche difficili, sia loro che la loro famiglia, e il lavoro rappresenta un’ancora di salvezza per sopravvivere al carcere.

La possibilità di avere un budget a disposizione in carcere è fondamentale per poter accedere al sopravvitto (cioè alla spesa che si può fare al di là del vitto standard), per l’acquisto di tabacco, per l’abbonamento al servizio mail e per l’acquisto di una scheda telefonica. Sono soprattutto gli stranieri e i senza fissa dimora a non avere nessun supporto dall’esterno, e quando non si crea per loro un’occasione di lavoro (la maggior parte dei casi) hanno bisogno dell’aiuto del volontariato o della chiesa.

Infatti in genere è il prete che interviene per acquistare una scheda telefonica o provvedere al loro vestiario. In ogni istituto penitenziario ci sono preti e volontari che si attivano soprattutto nei confronti dei più bisognosi, e sono figure fondamentali per mantenere un livello minimo di assistenza. Non dimentichiamo che in carcere entrano tanti homeless, che magari commettono reati minori legati proprio alla loro condizione: schiamazzi, resistenza a pubblico ufficiale, ubriacature.

Detenuti al lavoro in progetti di pubblica utilità, un modello esportato all’estero

Nel mio ruolo di Garante dei diritti delle persone private della libertà ricevo quotidianamente molte richieste per il lavoro, sia da coloro che ne hanno bisogno per sopravvivere, sia da coloro che vorrebbero lavorare per avere la giornata impegnata e non oziare in un tempo lunghissimo e vuoto, quale è quello vissuto in carcere. Dall’inizio del mio mandato mi sono per questo impegnata per proporre e organizzare attività che scandissero un tempo diverso, finalizzato almeno all’acquisizione di competenze professionali utili per il “dopo”.

Con il decreto legislativo del 2 ottobre 2018 è possibile proporre all’interno degli istituti penitenziari anche dei progetti di pubblica utilità. A Roma la sperimentazione è partita nel 2019 con il coinvolgimento di circa 190 detenuti, che hanno avuto la possibilità di partecipare ai corsi di formazione della scuola del servizio giardini di Roma Capitale, la quale ha garantito loro un corso qualificato con attestazione. Un’esperienza analoga si è realizzata grazie al gruppo Autostrade, che ha formato alcuni detenuti con relative attestazioni di qualifica di manutentore stradale. La formazione così organizzata ha previsto l’uscita di questi detenuti, che hanno operato nel contesto cittadino ripulendo parchi e giardini e provvedendo alla cura e ai rifacimenti di qualche manto stradale, di strisce pedonali e di pulizia caditoie.

La differenza nel caso del 20 ter (l’articolo dell’ordinamento penitenziario che regola la pubblica utilità) è che i detenuti scelgono volontariamente di partecipare a queste attività sociali rivolte alla popolazione, e ricevono in cambio una piccola diaria da parte di Cassa Ammende (ente pubblico del Ministero della Giustizia che si occupa di finanziare progetti a favore dei detenuti).

L’esperienza di Roma è stata molto positiva ed è stata “esportata” in tante altre città italiane, e anche in Messico, dove l’Unodoc (struttura delle Nazioni Unite) l’ha inserita fra le buone prassi .

È stato prodotto anche un documentario dell’esperienza romana (Prove di libertà), che riprende i detenuti impegnati in queste attività nel contesto urbano e che illustra bene come attraverso il loro lavoro sociale siano riusciti a “parlare alla città” con gesti concreti, come li abbiano resi orgogliosi la pulizia di un parco o di un giardino di una scuola, o l’apprezzamento della cittadinanza per il loro impegno.

Ho seguito molti di loro, una volta finito il periodo detentivo. La cosa per me più significativa che la maggior parte ha trovato un lavoro anche grazie alla professionalità acquisita durante il periodo detentivo. Alcuni hanno creato un’associazione che si occupa di pulizia del verde, altri sono impegnati presso il Centro Agroalimentare di Guidonia nel recupero e lavorazione del cibo in eccedenza, che diventa marmellata o succhi di frutta o passate di pomodoro donati alle comunità di Roma.

Il carcere come tempo di qualità per liberare la società dallo stigma della detenzione

È importante quindi che il tempo del carcere sia un tempo pienamente vissuto, cioè ricco di opportunità lavorative e di cultura. La formazione professionale è fondamentale per fare in modo di preparare l’uscita con maggiori saperi.

A volte sono le famiglie stesse a chiamarmi per il loro figlio o per il loro marito. La richiesta è la stessa: ha sbagliato, ma mi aiuti a ricostruire un percorso di dignità. E la prima dignità si realizza con il lavoro. È fondamentale che la persona detenuta sia accompagnata anche all’esterno dai servizi sociali e dai centri di orientamento al lavoro. Purtroppo la legislazione attuale non sempre aiuta chi ha sbagliato a intraprendere un nuovo percorso. Il rischio dello stigma è sempre in agguato, e alcune strade vengono precluse.

È necessario quindi rendere la legislazione che riguarda il lavoro sempre più inclusiva per le persone che provengono dal mondo della detenzione. Vi è già in Italia l’importantissima legge Smuraglia (legge 193/2000), con la quale è stata introdotta un’agevolazione contributiva in favore dei datori di lavoro che impiegano persone detenute o internate o all’esterno; una legge coraggiosa che ha aperto uno spiraglio per imprenditori o cooperative che hanno operato in questi anni.

Una proposta di rilievo è partita anche da Roma Capitale e riguarda la clausola sociale, cioè la possibilità di prevedere all’interno di bandi pubblici alcuni posti destinati alle persone che provengono dal mondo della detenzione. Pensiamo quanto potrebbe essere importante per coloro che acquisiscono competenze come giardinieri, cuochi o altro.

È quindi un investimento, oltre che umano e di dignità, anche di sicurezza sociale per tutta la comunità.

In copertina, detenuti a Città del Messico impegnati in lavori di pubblica utilità. Il progetto italiano è stato esportato all’estero come modello da imitare