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Se il South Working resta “on mute”

Se il South Working resta “on mute”

Il primo lockdown ha favorito un'impennata del lavoro da remoto. Ma le condizioni per un vero sviluppo dell'occupazione al Sud sono altre.

Durante il primo lockdown abbiamo confuso lo smart working con il lavorare da casa, da un lato esaltandone i pregi – la possibilità di evitare il traffico e gli spostamenti stressanti, poter mangiare a casa anziché in mensa o al ristorante, meeting online più agili di riunioni fiume che potevano durare anche una giornata intera – e dall’altro i difetti: su tutti la frustrazione di sentirsi sempre connessi, il dover dividere gli spazi della casa con compagni, compagne, figli che fanno didattica a distanza, e la mancanza di momenti di confronto, e perché no di scontro; dal collega più esperto che insegna il lavoro all’ultimo arrivato fino ai momenti informali nei pressi della macchinetta del caffè, dove spesso nascono idee e progetti più intelligenti di quelli che vengono partoriti in una sala riunioni.

In quel periodo, datori di lavoro e dipendenti hanno costruito e alimentato le reciproche convinzioni su due tematiche importantissime che saranno al centro delle discussioni sul lavoro nel prossimo futuro: il controllo e il diritto alla disconnessione. Qualche giorno fa, una mia collega mi ha regalato una frase che mi fatto riflettere molto. Si discuteva della possibilità di lavorare o meno il giorno dell’Epifania, fino a quando lei mi ha detto: “Io lavorerò, ma in modalità non connessa”.

Come se fosse questa la nuova idea di libertà, dopo mesi di videochiamate e di mancanza di distrazioni extra-lavorative: quella di potersi permettere il lusso di restare concentrati su un progetto senza dover riempire la casella degli slot, e senza dover essere costantemente alla mercé di task da spuntare, mail da leggere, telefonate alle quali rispondere (quando va bene; poi ci sono tutte le piattaforme di collaborazione e le chat come …