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Studenti e pazienti non dovrebbe fare rima: la scuola e la sanità chiedono diritti

Studenti e pazienti non dovrebbe fare rima: la scuola e la sanità chiedono diritti

Due settori accomunati da tagli e stipendi irrisori sono teatro della violazione dei diritti dei più deboli in entrambi gli ambienti. Il punto della situazione e tutti i passi che restano da compiere.

Sara Bellingeri

22 Dicembre 2022

Salute e istruzione non sono solo diritti fondamentali, ma anche aspetti cardine della nostra vita: da loro dipende la tenuta di altri ambiti, correlati e non. A dimostrarlo sono le storie in carne e ossa incontrate e raccontate in questi anni attraverso articoli e interviste, ma soprattutto tramite il confronto con le persone.

Salute e istruzione: quante volte abbiamo ascoltato queste parole? Da un lato caldeggiate e difese superficialmente, dall’altro spesso usate come specchietti per allodole, trappole per votanti, condimento terminologico utile a farcire post sui social o discorsi insipidi. Termini, ma soprattutto elementi tangibili che testimoniano quanto sia dannoso lo scollamento tra narrazioni ideali e realtà, in particolar modo se riguardante ciò che dovrebbe per buona parte garantire salute e istruzione, ossia sanità e scuola.

C’è un tortuoso filo rosso che attraversa questi due grandi ambiti che da tempo sondo per SenzaFiltro, e che racconta due volti differenti di un’unica storia complessa. C’è in prima battuta quello che testimonia la passione di professioni – e quindi di lavoratori e lavoratrici – che ogni giorno si impegnano per garantire diritto all’istruzione e diritto alla salute, senza illusioni, ma confrontandosi in maniera concreta con varie difficoltà tra cui risorse che arrancano, nodi al fazzoletto mai sciolti dalla politica, sistemi organizzativi lacunosi. C’è poi il filo rosso di un’inarrestabile emorragia che coinvolge le risorse economiche destinate a questi servizi, e allo stesso tempo che scalfisce i diritti delle risorse umane che ne sono protagoniste, determinando un effetto domino sui destinatari dei servizi scolastici e sanitari.

Educatori in fuga e disabili privati di sostegno e diritti: la scuola arranca e nessuno la ascolta

Partiamo dalla scuola, che nel bene e nel male si configura come il preludio del mondo del lavoro. Non mancano gli esempi virtuosi, ma non ho potuto glissare sulle ferite, che sono numerose e gravi.

Parliamo di un ambito fatto di risorse umane impegnate, ma anche di altre che hanno scelto la scuola come ripiego o come salvagente pur non avendo le competenze per farlo. Esempio lampante i casi di persone che, pur non avendo acquisito nessuna preparazione in merito al sostegno scolastico, attraverso specializzazioni o master, si buttano su di esso per ottenere punteggi o per garantirsi uno stipendio. Tutto ciò ritenendo legittimo che sulla disabilità ci si possa improvvisare, anche a discapito di studenti e di studentesse che invece hanno pieno diritto ad avere come insegnanti persone preparate (lo stesso team docenti, al di là degli insegnanti di sostegno) anziché essere sfruttati come base di stipendio.

Il sistema legittima questa dinamica. Numeri alla mano, secondo i dati ISTAT (per l’anno scolastico 2021/2022) sono oltre 316.000 gli alunni e le alunne con disabilità che frequentano le scuole italiane, e oltre 207.000 gli insegnanti per il sostegno impiegati: di questi, oltre 70.000 non hanno una formazione specifica. Inoltre pesa anche la questione dei ritardi nell’assegnazione: a un mese dall’inizio della scuola non risulta assegnato per il sostegno circa il 14% degli insegnanti. La percentuale arriva addirittura al 20% in Lombardia.

L’emorragia riguarda anche un segmento fortemente coinvolto con la scuola, quello degli educatori e delle educatrici – figure salienti per l’inclusione di bambini, bambine e adolescenti con disabilità – costretti a lasciare il proprio lavoro perché privo di tutele e con scarso riconoscimento economico, con livelli di remunerazione da parte di diverse cooperative che arrivano anche a 8,50 euro lordi all’ora, e pagamenti a cottimo.

Le educatrici e gli educatori hanno nella loro missione anche la trasformazione del disagio altrui, ma per colpa di un sistema lacunoso e contraddittorio questo disagio finiscono per subirlo loro stessi, fino all’abbandono del proprio lavoro, dirottandosi sull’insegnamento per avere un adeguato riconoscimento economico. E ancora una volta a pagare il doppio scotto sono non solo i lavoratori, ma anche i destinatari del servizio: bambini e adolescenti con disabilità.

Il COVID-19 non ci ha insegnato nulla. OSS, infermieri e caregiver al limite della salute

Approdiamo alla sanità, dove il filo rosso è non solo la passione in senso positivo, ma anche il patire un sistema che prosciuga le risorse umane fino all’osso.

Lampante è l’esperienza di operatrici e operatori sociosanitari (OSS) e infermieri. Non sono infatti mancate le denunce da parte della categoria, che ha rivelato situazioni di turni logoranti, riposo a singhiozzo e scarso riconoscimento economico. Il lavoro nelle terapie intensive, tanto decantato nelle narrazioni giornalistiche, è stato riconosciuto con solo 5 euro in più al giorno. Gli OSS hanno fatto emergere a loro volta la questione dei turni massacranti, dell’assenza di adeguata formazione e di supporto psicologico, delle differenze di tutele tra pubblico e privato, degli scatti di fascia impantanati in un limbo di promesse mai soddisfatte. Un lavoro che non può essere mantenuto per tutta la vita, perché spesso insostenibile per come gestito dal sistema.

Non da meno a subire queste conseguenze è la popolazione di chi presta assistenza familiare, ossia i caregiver. Si stima che in Italia siano circa 9 milioni, soprattutto donne, costrette ad abbandonare la propria professione per assistere familiari con patologie gravi o disabilità. I e le caregiver familiari suppliscono alla mancanza di servizi di assistenza da parte dello Stato, che fa ricadere sulle loro spalle un peso soverchiante spesso foriero di situazioni di burnout, oltre che di perdita della salute senza tutele alla base, poiché si tratta di un lavoro quotidiano non riconosciuto.

A fianco è lievitata la sfiducia nei confronti delle strutture sociosanitarie, che l’inverno scorso hanno manifestato diverse derive rappresentate dai casi di segregazione e discriminazione denunciati da vari familiari. Durante il pieno periodo del COVID-19 sono emerse più forti che mai le pecche di una parte di sistema marcio.

Il terzo settore e i riconoscimenti mancati di salute e istruzione

Lacune, contraddizioni, tutele calpestate, tutte raccontate dando voce a chi le ha vissute in prima linea, com’è necessario. In questo scenario è spesso il terzo settore a fare da salvagente e a erogare servizi laddove dovrebbero essere garantiti da scuola e sanità, intervenendo su ferite che continuano a riaprirsi. Ma è giusto che il terzo settore faccia da tampone? E nel futuro prossimo, quando sarà necessario un ricambio delle risorse umane che lo compongono, che cosa succederà se saranno concentrate a “sopravvivere”?

Torniamo all’inizio: salute e istruzione non sono solo diritti fondamentali ma anche aspetti cardine della nostra vita, come l’inclusione e il giusto riconoscimento di chi lavora. Se tutti o anche solo una parte di questi aspetti viene lesa ci attende una cronaca già annunciata di gravi conseguenze.

Come ho già scritto altrove, la corda è già lisa, su alcuni fronti lacerata: l’acceleratore per il cambiamento andrebbe inserito subito, prima che il sistema si rompa, e con esso le vite di chi lo compone. Una preoccupazione che dovrebbe essere sempre al primo posto per qualsiasi Stato e governo.

Leggi gli altri articoli a tema Discriminazioni.

Leggi il mensile 116, “Cavalli di battaglia“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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In copertina foto di Parentingupstream da Pixabay