Uber Eats ne licenzia 49 per scaricarne migliaia: i rider insorgono

La società di food delivery con sede a Milano scappa dall’Italia a seguito dell’accordo europeo sui lavoratori della gig economy del giugno scorso. Le trattative con i sindacati, però, valgono solo per i 49 dipendenti “ufficiali”; migliaia di rider sono relegati a tavoli di discussione cadetti. La reazione di NIdiL CGIL

Un rider di Uber Eats licenziato dall'azienda, seduto su una panchina

Uber Eats abbandona l’Italia, cioè Milano. L’azienda di trasporti sbarcata nel food delivery si lascia alle spalle una lunga serie di vedovanze tra i lavoratori; quanto lunga è una questione apertissima che l’impresa statunitense vorrebbe decidere ai suoi termini.

Nessun dubbio sui 49 dipendenti che Uber Eats aveva assunto per svolgere mansioni tecniche, amministrative e gestionali: di loro si stanno occupando le organizzazioni sindacali del terziario FILCAMS, FISASCAT e UILCOM, riunite con l’azienda a un tavolo di confronto. Ben altro il discorso che riguarda le migliaia di rider impiegati dalla società, gli operai della fabbrica digitale che raccolgono e consegnano pasti a domicilio nel minor tempo possibile su indicazione di un algoritmo, talvolta a rischio della vita. Sono dipendenti, loro?

Uber sostiene di no. I sindacati – con in testa la NIdiL CGIL, che tutela i lavoratori atipici – sono di tutt’altro avviso, e di fronte alla ritrosia del colosso americano hanno annunciato l’intenzione di “adottare ogni iniziativa” per contrastarne l’“oggettiva antisindacalità”.

Questa vicenda, tuttavia, fa parte di uno scenario più grande: vediamo come si è svolta e in quale temperie normativa, nazionale e internazionale.

Uber Eats, i rider non valgono neppure un licenziamento. La risposta dei sindacati

Quella di Uber Eats a Milano doveva essere una sperimentazione propedeutica a un’estensione su tutto il territorio nazionale, ma la società, insediatasi in territorio meneghino nel 2016, non è mai riuscita a espandersi al di fuori del capoluogo lombardo, sia per ragioni di concorrenza – il mercato è già saturo di aziende di food delivery – sia perché nel frattempo è cambiata la gig economy.

Ciò non aveva impedito a Uber Eats di affermarsi come uno dei nomi principali scelti dai milanesi per farsi consegnare a casa pasti di ogni genere, con i rider in box verde e divisa scura a fare il lavoro sporco delle consegne (sporco in tutti i sensi, nel caso vi foste persi l’inchiesta di Gambero Rosso).

Poi, a metà giugno 2023, l’annuncio tramite PEC: l’azienda americana lascia l’Italia a partire dal 15 luglio, avviando tutte le procedure previste per il licenziamento collettivo di 49 dipendenti assunti con regolare contratto. E con un saluto e una pacca sulla spalla a un numero molto più alto di rider.

La NIdiL CGIL non ci sta, e ha chiesto all’azienda di partecipare ai tavoli di confronto in rappresentanza delle migliaia di proletari delle consegne impiegati nei sette anni di attività. Senza ottenere risposta, almeno all’inizio, come registrato in un comunicato sindacale del 6 luglio 2023. In seguito alle ripetute sollecitazioni del sindacato, ventiquattr’ore dopo Uber Eats ha proposto l’apertura di tavoli separati rispetto a quelli dei lavoratori del terziario per discutere le sorti dei rider, che con tutta evidenza ritiene non-dipendenti.

Una concessione che non basta ai rappresentanti dei lavoratori atipici, i quali chiedono per i rider pari diritti rispetto agli altri dipendenti, e promettono battaglia indicendo una mobilitazione il 14 luglio.

Le batoste legali di Uber e Uber Eats: il perché della fuga dall’Italia

La storia in pillole della più recente vicenda milanese è questa. Invece la questione che riguarda i rider, e in senso più ampio i lavoratori della gig economy, richiederebbe un discorso a sé. Tuttavia anche solo concentrandosi sulle vicende legali che negli ultimi anni hanno coinvolto Uber e i suoi dipendenti, dichiarati e non, se ne può tracciare un quadro efficace.

I guai per la società fondata da Travis Kalanick sono cominciati in California nel 2015 con il pronunciamento della Commissione per il Lavoro locale a favore dell’autista Barbara Ann Berwick: è stata la prima volta in cui un’istituzione ha messo nero su bianco che i “gig worker” erano lavoratori dipendenti, non autonomi. Cinque anni dopo, nell’agosto 2020, Uber e Lyft hanno perso un’altra causa dello stesso tipo, sempre in California, cosa che ha condotto le aziende a presentare un referendum con una proposta di legge per “tutelare l’autonomia” dei loro collaboratori, la “Proposition 22”. Dopo un esborso di 200 milioni di dollari in campagna elettorale, le due aziende hanno incassato una vittoria che gli ha dato un po’ di respiro; poi la Proposition 22 è stata dichiarata illegale, per poi essere riabilitata nel 2023 dalla Corte d’Appello californiana.

Ma si tratta di una vittoria isolata, perché Uber e il suo modello imprenditoriale hanno perso pezzi in tutto il resto del mondo, negli anni seguenti. Gli autisti dell’azienda sono stati considerati dipendenti dalle corti di Paesi come Francia (2020), Inghilterra e Olanda (2021), Svizzera e Nuova Zelanda (2022). Negli ultimi tempi lo stesso discorso ha preso piede con i rider, anche in Italia: nel febbraio 2022 i magistrati milanesi hanno disposto l’obbligo di assunzione per 60.000 di loro, con ammende per 733 milioni di euro, per poi ribadire il concetto definendoli dipendenti da assumere con CCNL del terziario in una sentenza di aprile dello stesso anno. La stessa Uber Eats era stata posta sotto amministrazione giudiziaria per le mancate tutele ai suoi rider, nel 2020, provvedimento poi revocato nell’anno successivo. L’azienda mantiene ancora il record di denunce per caporalato nel suo settore.

Il cerchio si chiude con l’accordo raggiunto dai 27 Paesi membri dell’UE nel giugno 2023 riguardo i 28 milioni di lavoratori della gig economy (un terzo dei quali fa il rider), che avrebbe imposto l’obbligo di assunzione a molte società di food delivery attive sul continente. Una decisione che ha generato scoramento in tutte le piattaforme, con la soddisfazione nominale della sola Just Eat.

Altro che “crescita non in linea con le aspettative”, insomma: Uber Eats, come tante sue pari, è partita in quarta per scappare dalle sue responsabilità imprenditoriali. Stavolta, però, senza autisti.

 

 

 

Photo credits: virgilio.it

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