Un caldo fuori (dal) controllo

A Borgocarbonara i controlli sono arrivati dopo i funerali. A Forlì un’azienda ha detto no alla cassa integrazione per il caldo e poi ha concesso mezza soluzione a metà dei lavoratori. Lo Stato, nello stesso semestre in cui si contano più morti da caldo che mai, ha dimezzato i fondi per pagare la cig che dovrebbe evitarle. Il problema non è che manchi una legge. Il problema è che nessuno controlla se la legge, quando c’è, viene usata

A Borgocarbonara, provincia di Mantova, i controlli sui campi sono arrivati intensificati dopo i funerali di Thahar El Haddad. Non prima. Cinque operai sono stati fermati sotto il sole nei giorni successivi quando la sua morte era già una notizia. Tenete a mente questa sequenza, perché è la chiave di tutto quello che segue: la vigilanza non si è attivata per il rischio, si è attivata per il caso già avvenuto e già visibile.

Ora la norma. Il DL 107/2026 esiste, e non esclude l’agricoltura dalle tutele per il caldo: le nuove forme di integrazione salariale per gli operai agricoli valgono fino al 31 dicembre 2026. E la cassa integrazione ordinaria per “evento meteo” che prevede una soglia a 35 gradi, valida al chiuso e all’aperto, esiste da prima del decreto, per tutti i settori, edilizia e manifattura comprese.

Quindi la cornice normativa, quest’estate, si è allargata ulteriormente.

Il caso Electrolux: cosa succede quando la norma esiste ma la usa chi ha interesse a non usarla

Il 30 giugno, a Forlì, i reparti dello stabilimento Electrolux toccavano i 35 gradi. La Fiom ha chiesto la cassa integrazione ordinaria per il caldo, uno strumento che l’azienda aveva già a disposizione non qualcosa da inventare.

L’azienda inizialmente ha detto no. Poi, la sera stessa, ha concesso qualcosa: una rimodulazione degli orari, ma solo per due giorni, il 30 giugno e il 1° luglio, e limitata a quattro linee di montaggio su sette. Circa 500 lavoratori sono rimasti nelle condizioni di prima. A Susegana, altro stabilimento del gruppo, si sono toccati i 36 gradi lo stesso periodo e un operaio a termine, dopo aver partecipato agli scioperi sul tema, non si è visto rinnovare il contratto: i sindacati la chiamano ritorsione, ma in ogni caso è un dettaglio che nel quadro complessivo pesa.

Ecco cosa significa vuoto di controllo, non vuoto normativo: la legge dà all’azienda la facoltà di attivare la cig per il caldo. Non l’obbligo di farlo automaticamente, non un meccanismo che si innesca da solo alla soglia termica.

Il problema è che la decisione resta nelle mani di chi ha tutto l’interesse a non fermare la produzione. E nessun ente terzo che sia l’Ispettorato o un automatismo di legge la corregge finché non arriva la pressione sindacale, o peggio, finché non arriva un morto.

Il secondo blocco: lo Stato che finanzia la soluzione a metà

Qui il pezzo si complica, e vale la pena restarci sopra. Il fondo che finanzia la cassa integrazione per eventi climatici nel secondo semestre 2026 è stato fissato a 15,2 milioni di euro. Nel 2025, per lo stesso periodo, erano 33 milioni. Il governo ha dimezzato lo strumento nell’anno in cui si contano più morti da caldo sul lavoro degli ultimi anni.

Non stiamo dicendo che il taglio ai fondi è la causa delle morti. Sarebbe una tesi che i dati non sostengono con quella linearità. Stiamo dicendo una cosa più semplice e più scomoda: nello stesso semestre in cui la vigilanza si attiva dopo i funerali e le aziende dicono no alla cig quando possono, lo Stato ha reso lo strumento meno disponibile anzichè aumentarne l’utilizzo.

Chi doveva ampliare la rete ha stretto le maglie.

Il terzo blocco: chi non c'è nemmeno nella lista

E poi c’è un problema che la discrezionalità datoriale e i fondi dimezzati non spiegano da soli: ci sono categorie di lavoratori per cui la cassa integrazione per il caldo, formalmente, non esiste. Per esempio i Rider, gli autonomi, i pescatori, gli stagionali del turismo.

Questa non è discrezionalità,  è esclusione categoriale scritta nella struttura dello strumento. Non si parla di “azienda che non attiva la cig”. È che la cig, per definizione normativa, non li riguarda.

Metteteli in fila, questi tre blocchi, e la tesi che vogliamo sostenere ovvero che non manca la legge – quest’anno, si è persino allargata – manca chi la fa applicare quando applicarla costa a chi ha il potere di decidere, manca chi la finanzia quando finanziarla non fa notizia quanto un’ordinanza anti-caldo, e manca completamente per chi lavora in una zona grigia che la legge non ha ancora deciso di guardare.

Un'ultima cosa, di oggi

Oggi, mentre scrivo, Firenze è l’unica città italiana da bollino rosso per il caldo – quasi 40 gradi – e nello stesso giorno Cgil, Cisl e Uil Toscana hanno proclamato il primo sciopero regionale unitario dell’industria nella storia recente della regione.

Non è la stessa storia di Borgocarbonara e Forlì: qui si scioperava contro la deindustrializzazione del comparto moda, tessile, meccanica, automotive, siderurgia. Ma la coincidenza dice qualcosa che vale la pena notare senza sovrainterpretarla: le persone che oggi manifestano a piedi sotto il sole per non perdere il lavoro sono, in buona parte, le stesse che le ordinanze anti-caldo dovrebbero proteggere quando quel lavoro esiste ancora.

Il rischio termico e il rischio industriale, quest’estate, stanno colpendo le stesse persone nello stesso giorno.

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