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Whistleblowing: “Noi navigator lavoriamo da un anno senza normative né strumenti”

Whistleblowing: “Noi navigator lavoriamo da un anno senza normative né strumenti”

Whistleblowing è la sezione di SenzaFiltro in cui accogliamo segnalazioni negative da parte dei nostri lettori in merito agli ambienti di lavoro in cui operano. Naturalmente la redazione verifica tutte le segnalazioni, rigettando quelle generiche o con contenuti inutilmente diffamatori.

Le segnalazioni possono essere inviate tramite l’apposito form che si trova in homepage.


Per molti mesi noi navigator abbiamo lavorato in silenzio, perché rispettiamo un codice etico che quel silenzio ci induce a rispettarlo, e perché abbiamo sempre scelto di adoperarci affinché fossero i risultati a parlare per noi. Ora che il nostro percorso è giunto a maturazione in termini di cose fatte, non fatte e dei relativi perché, sentiamo forte il bisogno di indignarci, di parlare e di indicare le responsabilità di un esito chiamato “fallimento” e addebitato interamente a noi.

Siamo stati impiantati in un sistema di politiche attive del lavoro debole – in molti territori inesistente – e qui abbiamo portato un sano disordine e messo in evidenza diverse falle. Lo abbiamo fatto lavorando e registrando, fase dopo fase, la totale mancanza degli strumenti di lavoro basilari per la gestione dell’intero processo: da piattaforme nazionali efficienti per l’incrocio domanda/offerta agli assegni di ricollocazione, dai piani personalizzati di ricerca fino a un sistema di tracciamento delle offerte congrue e di applicazione della condizionalità.

Abbiamo lavorato sotto il peso di una gogna mediatica costante, quotidiana. Una totale lesione di immagine, supportata dal silenzio nostro e di chiunque avrebbe dovuto difenderci. Abbiamo lavorato con strumenti artigianali e approssimativi, pur di dare seguito alla presa in carico di migliaia di beneficiari. Abbiamo lavorato in piena pandemia e nonostante la sospensione di ogni tipo di condizionalità.

Abbiamo posto le basi per un pubblico servizio agile, che si muove verso persone e aziende e che si adopera più per ricercare opportunità che per seguire protocolli.

Il nostro valore come lavoratori, professionisti e addirittura come persone, però, viene misurato attraverso numeri letti nella loro forma assoluta: “Quanti beneficiari hai piazzato?”. È ciò che ti chiede il politico di turno, il leone da tastiera, il vicino di casa. Servizi di satira e diffuse forme di “giornalettismo” hanno incoraggiato un’idea decisamente riduttiva e distorta di una misura che, nella sostanza, è una politica attiva del lavoro, e come tale può arrivare a un risultato occupazionale solo attraverso un intervento mirato e programmato sul grado di occupabilità di persone in molti casi distanti dal lavoro. Per mancanza di titoli, di competenze, per atteggiamento mentale, per sfiducia.

Se possiamo accettare letture approssimative da quella parte di opinione pubblica male informata per via di titoli a effetto e “cinguettii” di puro sarcasmo, non possiamo tollerarle da chi ha, oltre che la capacità, il dovere di contestualizzare quanto realizzato fino a ora. Al 31 ottobre 2020 più di 350.000 beneficiari in Italia sono stati reinseriti nel mondo del lavoro da noi navigator, sia direttamente che indirettamente, con un rapporto di un beneficiario su quattro.

Un risultato altalenante in questo periodo storico, e se vogliamo debole in confronto all’aspettativa creata fin dagli inizi da una errata narrazione sui navigator: i tutor che avrebbero trovato lavoro ai beneficiari di Reddito di Cittadinanza, senza che si conoscesse ancora la platea di riferimento e senza tener conto che l’incontro domanda/offerta può avvenire solo con una offerta adeguata alla domanda, e viceversa.

Al contempo si tratta di un risultato che va letto con onestà intellettuale e la consapevolezza che forse non sia il Reddito di Cittadinanza con i suoi navigator a non funzionare, quanto la mancata applicazione di buona parte della normativa di riferimento, ancora oggi, con il nostro contratto che scadrà tra due mesi.

Intanto torna comodo proseguire il racconto dei navigator come fannulloni, scappati di casa, gente che è stata capace di trovare lavoro solo a se stessa. Una simile narrazione serve a tacere le vere, innumerevoli responsabilità.

Siamo stati rinnegati da diverse parti di uno stesso movimento politico, che ha fatto del Reddito di Cittadinanza la sua bandiera e dei navigator una promessa di innovazione delle politiche attive del lavoro in Italia. Siamo stati ignorati da un Ministero del Lavoro che in principio ci ha definiti parte del sistema, e poi ci ha vissuti come problema. Siamo stati continuamente osteggiati e offesi da una cattiva politica, incurante dello spreco di denaro pubblico che deriverà dall’incapacità di capitalizzare la formazione di 2.700 nuove risorse per un progetto destinato a morire.

Non siamo stati difesi, valorizzati e messi nelle condizioni di lavorare al pieno delle nostre capacità da un intero sistema. Al tempo stesso siamo diventati elementi strutturali di un delicato ingranaggio Stato-regioni, non senza difficoltà e ostacoli. Abbiamo fatto fatica per fare in modo che le regioni riconoscessero il nostro valore; le stesse regioni che oggi in gran parte chiedono la continuità del nostro operato.

Se il 9 febbraio i navigator sono scesi in piazza, nonostante la mancanza di un chiaro interlocutore politico, lo hanno fatto per anteporre all’etichetta un’identità, per invertire la narrazione e reclamare il proprio operato, per richiamare il governo a un impegno preso con le politiche attive del lavoro in Italia.

Se ci rivolgiamo alla vostra redazione è perché ci sentiamo parte di una comunità che intende portare avanti una cultura del lavoro degna di essere definita tale. Il nostro intento è quello di creare i presupposti per una cultura delle politiche attive del lavoro prima ancora delle singole misure. Un approccio che sposti l’ago della bilancia dall’idea di assegnazioni automatiche di posti di lavoro a un lungo ma duraturo processo di attivazione delle persone. Come servizio pubblico, e per ogni fascia della popolazione.

Ci rivolgiamo a voi, inoltre, a nome di una categoria di professionisti che oggi sono risorse; che oggi sono realtà, con quanto appreso, fatto, sperimentato e in parte rivoluzionato. Indipendentemente dal nostro destino da navigator, siamo innanzitutto persone che sentono l’urgenza di difendere il proprio valore e il dovere di denunciare ciò che non sta funzionando, se davvero vogliamo ancora credere in un vero servizio pubblico per il lavoro.

Navigator provincia di Bari: Monica Abbinante, Dominga Camardella, Francesco Colabello, Giuseppe Lanzilotti, Monica Lazzari, Emanuela Lovreglio, Elisabetta Romito, Nadia Saponara, Alessandro Scorrano, Alessia Silecchia, Mara Spinosa, Antonella Zecchino, Iryna Vaitovich, Francesco Vitale.