Sergio delle Piane, MD, PhD e Medical Director in Early Clinical Development presso la Visterra Inc, è uno di quegli espatriati che alla sua vita estera (Stati Uniti) non intende rinunciare, e non per i soldi che il suo lavoro gli offre, ma per le opportunità che l’Italia del 2025 non può dargli.
“La prima esperienza all’estero, con l’Erasmus in Francia, mi ha fatto scoprire una realtà universitaria lontanissima dalla baroneria nostrana, ma è stato l’ultimo anno di specializzazione, che mi ha portato a Boston, che mi ha davvero aperto gli occhi. Negli States ho trovato la mia dimensione, mi sento realizzato nella stessa misura in cui, in Italia, mi sentivo un pesce fuori dall’acqua.”
Il secondo expat con cui mi sono confrontata è Giulio Chiesa, Research Associate in Synthetic Biology all’Università di Toronto; dopo laurea e specializzazione a Pavia (Biologia e Biotecnologie) e un dottorato a Barcellona (Biomedicina) ha fatto il grande salto, approdando a Boston. In seguito alla mannaia trumpiana si è trasferito in Canada, assieme alla compagna; la sua vicenda è quella che racconta in modo più completo cosa significa avere un cuore migrante.
“La mia esperienza all’estero è iniziata senza il cordone ombelicale dell’Erasmus, che ti permette di capire senza rischi se preferisci restare in Italia o meno. Io mi sono lanciato fuori, il cuore oltre l’ostacolo, per quanto la Spagna, e Barcellona in particolare, siano molto vicine alla realtà italiana. Sono uscito dai confini perché quello che volevo fare in Italia non c’era, biologia sintetica. E quindi il mio progetto era molto semplice: vado, apprendo, torno e insegno. Volevo creare le opportunità che dieci anni fa, fresco di laurea non avevo trovato.”
Quello che emerge e accomuna due percorsi molto diversi fra loro è la scarsa attrattiva della strategia europea/italiana per il rientro; Ursula von der Leyen ha messo sul piatto il piano Choose Europe Initiative, che prevede, per i ricercatori, fondi pari a 500 milioni di euro per il biennio 2025-2027. Basta tornare indietro di qualche riga per rendersi conto dell’abisso fra i fondi tagliati negli USA e quelli stanziati in Europa, al fine di intercettare proprio quell’élite che ora cerca un altro posto in cui mettere radici.
La presidente dell’UE ha anche menzionato un aumento della percentuale del PIL destinata alla ricerca, passando dal 2% al 3% nei prossimi cinque anni, da oggi fino al 2030. Per raffronto, secondo i dati raccolti e diffusi dalla Banca Mondiale, nel 2022 gli Stati Uniti hanno speso in ricerca e sviluppo una somma pari al 3,59% del loro PIL, superando di buona misura “l’ambizioso” obbiettivo a medio-lungo termine europeo.
Come spiega Sergio Delle Piane: “Il problema non sono i soldi; non è quello che guadagno qui che mi impedisce di tornare in Italia, ma quello che il denaro non potrebbe mai darmi; il confronto costante con mille culture diverse, che fanno sistematicamente a pezzi i miei pregiudizi. Ora lavoro per ‘Big Pharma’, ho una moglie sudafricana e due figlie a cui voglio dare quello che ho avuto io, nulla di meno. La nostra storia ci ha visto grandi due volte, la prima nell’impero romano e la seconda volta nel Rinascimento. Due momenti in cui l’Italia si è aperta al mondo, ma continuiamo a dimenticarlo. Fino a che l’Italia resterà chiusa non vedo motivi per tornare, perché per me è un gioco a perdere”.
Giulio Chiesa è ancora più incisivo, e tocca con mano la croce e la delizia del sistema europeo, un “paziente più grande dell’Italia, ma con gli stessi problemi”: primo fra tutti il calo della natalità, che crea un effetto domino su cui crolla tutto.
“Tornare in Italia? Lo desidero ancora, ma continuo a non vedere le giuste prospettive. Il sogno americano forse non esiste, ma oggi l’Europa non offre a me e alla mia compagna qualcosa di più rispetto a ciò che abbiamo in Canada: due lavori nel nostro campo presso lo stesso istituto e la possibilità concreta di costruire un futuro assieme. Parlare di ‘fuga dei cervelli’ solo se hanno la laurea è classista. L’Europa ha un valore enorme ai miei occhi, ossia il sistema del welfare, un asset che manca agli Stati Uniti, dove ho imparato questo slogan: ‘sei a tre imprevisti dalla bancarotta’. Ti fai male una volta di troppo? Ti ammali una volta di troppo? Finisci sul lastrico, letteralmente. Da noi questo non succede, perché il welfare si fa carico dei bisogni di tutti: non in modo perfetto, ma si cerca di non lasciare indietro nessuno. Solo che il welfare è una rete fatta da tanti fili diversi: ricercatori, tecnici ospedalieri, infermieri, assistenti sociali, caregiver; se manca una componente si sfalda. L’espatriato figo che torna non serve se poi non ci sono gli asili nido.”
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