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Al mio via scatenate il Green Pass

Al mio via scatenate il Green Pass

Il Green Pass in azienda diventa paradossalmente un tema ideologico a cui non c’è una risposta organizzativa. Il Governo forse non aveva previsto la ricaduta economica e di certo non è molto interessato al conflitto sociale. Per fortuna (alcune) le aziende.

Osvaldo Danzi

15 Ottobre 2021

Non è facile di questi tempi farsi un’opinione.

Leggendo i giornali, ascoltando i commentatori nelle trasmissioni televisive e anche certi acclamati podcast mattutini di rassegne stampa, se esiste ancora qualcuno che non sente la necessità di esprimere sempre e comunque il proprio punto di vista al fine di trovarsi dal “lato giusto della barricata” ma desidera farsi un’opinione precisa sulla legittimità o meno del Green Pass al netto del fatto che sia vaccinato o non vaccinato, fa davvero fatica.

Lasciando perdere le corbellerie che si leggono sui social network da qualche mese a questa parte a firma di chi paragona il Green Pass alla stella di David, ma anche a chi lo paragona alla patente di guida o alle cinture sugli aerei, per non parlare di certe vignette che portano la conversazione “al livello stadio”, tuttavia è indiscutibile che la stampa mainstream non lasci molto spazio neppure a chi potrebbe – perché ne ha le competenze intellettuali – offrire un punto di vista che aiuti tutti noi a elevare il livello della discussione.

Si chiama spirito critico e ne ha parlato molto bene Bruno Mastroianni qualche giorno fa proprio qui sul nostro giornale. Talmente bene che altre testate ci hanno chiesto di poter condividere l’articolo.

La comunicazione (non solo i DDL) ci sta dividendo

Un tema a me molto caro in questi ultimi mesi riguarda proprio la violenza e la forza divisiva che l’argomento vaccini ha generato, non solo sui social, ma anche nelle relazioni fra Persone che si sono sempre stimate professionalmente, arrivando ad intaccare amicizie che sembravano indissolubili fino ad arrivare dentro le famiglie.

Un agone così virulento da far dimenticare tutto il passato che ha legato le Persone fra loro, nel nome di una verità personale che nessuno può avere; né chi è in maggioranza, né chi è in minoranza.

Solo il beneficio del dubbio permette una buona informazione: la posizione delle maggioranze, delle minoranze, delle istituzioni e degli industriali

Per giungere al punto della questione, ovvero cosa ci dobbiamo aspettare da oggi, è bene anche capire come si sia mossa l’informazione delle ultime settimane e quali sono le prese di posizione di istituzioni e soprattutto delle Associazioni di Categoria. Confindustria in testa.

Chi è in maggioranza si appella alla scienza, a link scientifici, a dati e numeri ufficiali.
Chi è in minoranza emerge sui media solo quando i rappresentanti di riferimento sono soggetti imbarazzanti, privi di dialettica, con un italiano abbastanza stentato e preferibilmente ripresi in atto di gridare o farfugliare tesi discutibili.

Chi ha convintamente aderito alla campagna vaccinale ma è contrario al Green Pass per motivi ideologici è invece un pianeta incomprensibile che molte menti semplici, a scanso di equivoci e al fine di evitare troppa pressione intellettuale, hanno preferito catalogare come No-Vax e chiudere la discussione.

Siamo arrivati al punto di negare l’autorevolezza di intellettuali del calibro di Cacciari, Agamben e Barbero (tutti vaccinati), costringendo soprattutto gli ultimi due a continue giustificazioni nelle interviste successive. Mentre ormai è diventato necessario, prima di esporsi ad un minimo dubbio, specificare la propria posizione vaccinale “per evitare di essere fraintesi”. Una sorta di Green Pass della comunicazione.

Quanti, per esempio, erano a conoscenza degli interventi fatti in Senato da esponenti del mondo professionale (giuristi, filosofi, scienziati ma anche associazioni di categoria) la scorsa settimana, in visione dell’obbligo di presentazione del Green Pass in azienda?

D’altro lato, il bravissimo David Puente che in Open, il giornale di Mentana, si occupa di “debugging” e di fake news, ha prontamente provveduto a smontare pezzo per pezzo alcuni degli interventi. Anche se stavolta nessuno si è preso la briga di rimarcare l’equilibrio di competenze come succede quando parla un virologo e risponde un antennista.

A Nobìlita ho avuto modo di intervistare Francesco Zambon, ex funzionario dell’OMS. È la Persona che ha redatto un dossier scientifico, approvato, pubblicato e poi ritirato dal sito dell’Organizzazione, che doveva permettere agli Stati ancora non colpiti dalla pandemia di non ripetere gli errori fatti dall’Italia. Nel corso della sua ricerca, Zambon scopre che il Piano Pandemico nazionale non è stato aggiornato e si rifiuta di nascondere la notizia come gli viene richiesto dai vertici dell’OMS, da Ranieri Guerra e dal Ministero della Salute.

Se quel piano fosse stato aggiornato si sarebbero potute salvare almeno 10.000 persone. L’inchiesta sulle morti in Lombardia è aperta. Zambon viene ascoltato come Persona informata dei fatti e sono pronto a scommettere che le istituzioni (Regione, Ministero della Salute e Ranieri Guerra) non ne usciranno benissimo, nonostante siano stati i portatori privilegiati di informazioni, statistiche e bollettini quotidiani a cui tutti noi ci siamo affidati giorno per giorno per oltre un anno.

Rubo solo due righe – anche perchè lo hanno già scritto in molti e credo che forse sia l’unico punto di contatto fra chi è favorevole o contrario al Green Pass – per sottolineare anche la poca coerenza nel richiedere il certificato in luoghi dove distanziamento sociale e sanificazioni sono facilmente gestibili (Frecce, cinema, ristoranti, teatri, aerei solo per fare alcuni esempi) e permettere il “liberi tutti” in posti dove la sicurezza è assolutamente a rischio (Metro, treni dei pendolari, autobus, le piste delle discoteche e personalmente metterei anche certe Chiese in certi orari di punta o durante certe cerimonie).

La posizione degli industriali è molto chiara, invece. A inizio settembre, a supporto della campagna vaccinale Confindustria ha dichiarato che le aziende erano pronte a vaccinare i propri dipendenti. Tuttavia è evidente il clamoroso flop dell’operazione che dal punto di vista mediatico ha riscosso un successo straordinario, dal punto di vista operativo è rimasta solo nelle intenzioni e in qualche sporadico e temporaneo esempio partigiano.

Sono solo domande. Ma dobbiamo farcele per puro spirito critico, per avere a disposizione tutte le informazioni utili sia ad avere opinioni prive di pregiudizio, sia ad evitare che le diatribe piccate uscendo dai social, da oggi in avanti potete giurarci, si trasformino in un vero e proprio conflitto sociale.

Il lavoro da venerdi, senza Green Pass

Non si capisce infatti il motivo per cui gran parte della stampa nazionale stia cercando di sminuire un problema che da oggi inevitabilmente dovrà pur essere preso in considerazione, proprio per evitare di trovarci ancora una volta di fronte ad “imprevisti”.

I numeri di cui si sta parlando (e le piazze di Roma e Milano di sabato scorso dovevano essere già un avvertimento importante) a sentire i sindacati sono diversi e i comunicati stampa che arrivano in redazione (e immagino arrivino anche alle redazioni dei giornali ben più importanti del nostro), non promettono niente di buono.

Massimo Alberti, giornalista di Radio Popolare, su Facebook ha scritto un post che mi sembra molto sensato e che – da giornalista – sente il bisogno di farsi domande e di portare lo sguardo “più in là” del conflitto fra chi ha ragione e chi ha torto, chi è migliore e chi è peggiore.

Sappiamo già con certezza i numeri del fenomeno: a fronte di 24 milioni di lavoratori, almeno 3 milioni non sono possessori di Green Pass. Qualcuno dice 5 milioni. Il primo intoppo sarà sulle autostrade e riguarderà un corto circuito a cui questo Governo ha iniziato a prendere le misure solo ieri dopo le prime avvisaglie.

Saranno infatti gli autotrasportatori prima di tutti a scioperare. Non stiamo banalmente parlando di No-Vax, ma parliamo di un comparto di oltre 300.000 lavoratori di cui il 30% provenienti da Stati in cui il Green Pass non esiste o in cui è stato somministrato un vaccino non riconosciuto dall’EMA (i Paesi dell’Est per esempio hanno somministrato prevalentemente lo Sputnik). Un corto circuito che, soprattutto in occasione degli approvvigionamenti di Natale, si poteva prevedere, gestire con qualche sensata e giustificata eccezione, o anche evitare.

Brutta mossa del Governo anche nei confronti dei lavoratori portuali; vista la mala parata (anche qui non prevista) di fronte alla protesta partita dal porto di Trieste, il Governo propone tamponi gratuiti (in serata ritratta e propone alle aziende di somministrare tamponi gratuiti), rafforzando la consapevolezza di quei lavoratori di avere la situazione in pugno e creando un ingenuo e pericolosissimo precedente nel settore che anche qui conta il 30% di operatori non vaccinati secondo il sindacato di riferimento.

Il terzo settore, che creerà non pochi problemi alla gestione operativa dell’obbligo Green Pass, è quello meno industriale e molto più sociale delle badanti, per gli stessi motivi che riguardano i trasportatori oltre che per il fatto che questo mercato ha degli ingenti sconfinamenti nel territorio del precariato.

Il caos minuto per minuto di ciò che avverrà (o non avverrà) nel venerdi più green della storia industriale d’Italia è monitorato dal sito del Fatto Quotidiano.

Questioni di princípi e di bracci di ferro

Una riflessione però mi viene da farla e riguarda la retorica con cui per un anno e mezzo, orfani di vaccino, abbiamo dichiarato che gli uffici e le fabbriche erano i posti più sicuri. Abbiamo assistito alle infrazioni dei codici ATECO pur di tenere aperto e alla riconversione di alcune produzioni in mascherine (non entriamo nel merito di quante di queste siano state poi tanto reclamizzate quanto inutilizzabili).

Statistiche a cui vogliamo credere e associazioni di categoria in prima linea hanno saldamente affermato che i luoghi di lavoro non rappresentano né hanno mai rappresentato focolai di contagio. Anzi, Bonometti, il Presidente di Assolombarda, dichiarò pubblicamente che i focolai “non erano colpa delle fabbriche ma delle vacche“.

Né voglio pensare di essere arrivati al punto di legittimare la misera dichiarazione del Ministro del Lavoro Orlando: “Pagare i tamponi significa dire ai vaccinati che hanno sbagliato“? Ancora una volta una comunicazione che mette gli uni contro gli altri con l’unico scopo di legittimare una folle corsa all’obbiettivo che, fra le altre cose, è stato già raggiunto e adesso ha solo il sapore di un braccio di ferro inutile e costoso.

Se da una parte non c’è visione su quello che sarà l’impatto economico generato da questa presa di posizione in assenza di una legge che renda il vaccino obbligatorio, alcune aziende hanno deciso di non rinunciare ai propri collaboratori.

Personalmente voglio pensare ad una coerenza con la promessa di valori e di fiumi d’inchiostro utilizzati nella stesura di codici etici, esistenti già prima del Covid.

Probabilmente chi lavora in grattacieli a 100 piani nella completa spersonalizzazione delle relazioni (al di là della retorica della “socialità” utilizzata solo quando fa comodo, ovvero quando bisogna spingere per il famigerato ritorno alla “normalità”), non dimentichiamoci che la produzione, la “manifattura”, il lavoro che tiene in piedi o blocca il Paese transita attraverso aziende al di sotto dei 300 dipendenti.

Aziende in cui tutti si conoscono, in cui le storie familiari si intrecciano, le relazioni hanno tempi che attraversano intere generazioni e non è così semplice dire a chi è al tuo fianco da sempre: “Domani resti a casa senza stipendio”.
Considerando oltretutto che stiamo parlando di 3 mesi scarsi in cui o terminerà l’emergenza sanitaria o il Governo dovrà prendere la decisione di obbligatorietà del vaccino.

E tre mesi sono troppo pochi per mettere in discussione valori, legami e soprattutto il fatturato.

Persone oltre le cose, ma non oltre i tamponi

Natura Sì è stata fra le prime aziende a dichiarare che pagherà il tampone per i propri collaboratori; qui il comunicato stampa. A differenza di Conad, il cui Amministratore Delegato sempre molto presente sui temi della sostenibilità e dell’economia ha fatto una scelta profondamente diversa. Anche se a Rimini, la Emmeci, società licenziataria del Centro Commerciale in cui è ospitato anche il supermercato Conad ha già installato un centro tamponi gratuito per tutti i dipendenti.

Anche Ducati ha deciso di pagare il tampone ai collaboratori sforniti di Green Pass, attivando contemporaneamente della attività di divulgazione sulla campagna vaccinale, in attesa del 31/12.

La motivazione è di grande effetto:
“…nasce dalla volontà di garantire il rispetto delle nuove norme sul Green pass, permettere a tutti i lavoratori di svolgere la propria attività in azienda, rispettando la libertà di non vaccinarsi, ed evitare lotte e divisioni che la pandemia ha esasperato nelle relazioni, e, soprattutto, garantire l’operatività.”


Aumenta la lista di ora in ora: Piquadro, la ex Ilva, GD, Toyota, Bonfiglioli Riduttori e Ima tutte a Bologna, Lamborghini, EnergRed sono fra le prime aziende che stamani hanno dichiarato la loro scelta.

Barbara Quacquarelli: “Pochi No-Vax, ma forse la Lombardia non fa testo”

Professore Associato in Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane alla Bicocca, Barbara Quacquarelli mi offre il suo punto di vista, forte della conoscenza di molte aziende del territorio lombardo.

In Lombardia i numeri dei non vaccinati sono davvero bassissimi, quindi la ricaduta sui luoghi di lavoro non è determinante. Di sicuro in questa Regione si è vissuto un trauma collettivo molto diverso da altre e dunque forse non fa testo. Paradossalmente il tema diventa ideologico, a cui non c’è una risposta organizzativa. Pensiamo ad esempio ai turni in fabbrica dove c’è il rischio che il tampone ti scada fra un turno e l’altro“.

Prosegue : “A Milano, che ha un tessuto imprenditoriale basato sui servizi, c’è da rilevare che quasi più nessuna azienda promuove il full smartworking e c’è una presenza in ufficio che varia fra il 30 e il 50%: anche qui il problema è puramente organizzativo poiché se anche il direttore del personale volesse supportare chi non è in possesso di Green Pass consentendo uno smartworking più “spinto”, si rischierebbe di rompere equilibri delicati.”

Una curiosità: non risultano in Lombardia aziende che eroghino tamponi gratis ai dipendenti. Pare anzi che Intesa San Paolo, che fino alla scorsa settimana offriva tamponi gratis a tutti i dipendenti che ne facessero richiesta, da questa settimana ha interrotto l’attività per aderire alle disposizioni di Draghi.

Solo da una Banca poteva nascere il primo esempio di “welfare ricaricabile”.