Formazione dei burocrati: lo Stato investe ogni anno solo 49 € a testa

49 euro a testa: è quanto lo Stato investe ogni anno nella formazione dei suoi dipendenti. Così i burocrati rischiano di restare indietro nella digitalizzazione della PA.

Il Web è popolare in Italia da un quarto di secolo. I primi personal computer sono spuntati nel 1961, quelli a larga diffusione nel 1981. Quindi è lecito immaginare che un dipendente pubblico italiano con mansioni burocratiche sia un fulmine nell’uso di Internet e strumenti digitali. È una qualità necessaria, al giorno d’oggi, tanto più in questi mesi, segnati dal lavoro svolto in casa a causa dell’emergenza sanitaria; comunque indispensabile, se si vuol trasformare l’elefante della burocrazia nostrana in un’agile gazzella, al passo con i tempi.

Invece, sorpresa! La Pubblica Amministrazione (PA in gergo, appunto, burocratico) è rimasta pressoché ferma all’epoca pre-informatica del XX secolo. “La formazione in materia di digitalizzazione ha riguardato meno del 5% dei partecipanti” a corsi di aggiornamento. Non lo scrive un clan di negazionisti, ma l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, ente statale di ricerca, nel Censimento permanente delle Istituzioni pubbliche 2017: i principali risultati, pubblicato il 17 dicembre 2019. Aggiunge: l’amministrazione pubblica “si conferma… poco incline a sviluppare competenze informatiche, manageriali, relazionali e linguistiche utili al processo di innovazione e digitalizzazione”.

I burocrati sono poco digitali, ma non è colpa loro

Insomma, chi lavora per lo Stato, dagli organi centrali a quelli periferici (regioni, comuni e via elencando), rischia – a meno che non si sia autodidatta – di essere un analfabeta digitale: incapace “di operare mediante un computer e di reperire criticamente informazioni su Internet”.

Certo, i “burocrati” non sono soli. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (Ocse), nella relazione Skills Outlook 2019, gli italiani sono al terzultimo posto per competenze digitali tra i cittadini di 29 Paesi avanzati (vanno peggio solo Cile e Turchia). Però oggi quelle competenze sono fondamentali. Infatti l’intercomunicabilità tra banche dati e l’accessibilità in tempo reale da parte di tutti i sistemi che le utilizzano non sono simpatici gadget, ma il pilastro degli apparati che gestiscono informazioni, come quello burocratico.

Purtroppo, nella Pubblica Amministrazione – così importante per la società e l’economia – non viene programmata la formazione del personale in questo campo; né viene finanziata. Chi dovrebbe farlo? I bistrattati burocrati? Macché. Lo Stato, quindi chi concepisce le leggi e stanzia i soldi, cioè i politici. Invece, niente. Il che equivale a mandare in giro gli autisti del trasporto pubblico con la patente scaduta e su strade dissestate.

In compenso, però, si assiste a uno spettacolo surreale: la classe dirigente, da molti anni e a prescindere dal colore politico, si unisce, quasi ogni giorno, al coro degli accusatori, autoassolvendosi e indicando i burocrati come il male assoluto. Sia chiaro, non si tratta di lanciarsi nella difesa d’ufficio della burocrazia italiana: nessuno è esente da critiche e, soprattutto, ai vertici vanta un’aristocrazia inossidabile, troppo collusa con la politica (Tito Boeri e Sergio Rizzo l’hanno chiamata “poliburocrazia”). Però è troppo facile prendersela con la massa dei dipendenti dello Stato, facilmente sacrificabili perché più a portata di insulto. In realtà chi lavora lealmente per la Pubblica Amministrazione deve applicare leggi e procedure, contraddittorie e contorte, varate soprattutto da governo e Parlamento, da giunte e consigli regionali.

L’Italia contro i Paesi europei: chi ha più burocrati?

Per capire meglio, partiamo dalle cifre. Prima di tutto, il costo delle retribuzioni: nel 2018 è arrivato a 165,9 miliardi all’anno (5 in meno rispetto al 2010), meno della metà rispetto alla media UE in rapporto al Pil. E il numero dei dipendenti pubblici? Al 31 dicembre 2017 (secondo il censimento Istat già citato), erano 3.516.461 in 12.846 istituzioni: 3.321.605 a tempo indeterminato, 184.856 con contratti diversi. I numeri variano leggermente secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato (citata dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica): a fine 2017 il numero di dipendenti a tempo indeterminato risultava di 3,24 milioni, più circa 124.000 con contratti flessibili.

Va sottolineato che non tutti costoro svolgono lavoro burocratico. Nel computo, per esempio, sono inclusi docenti scolastici/universitari e altri dipendenti di scuole e atenei, militari, forze di polizia, vigili del fuoco, magistrati, personale sanitario. I “burocrati” veri e propri lavorano per ministeri, regioni ed enti locali, quasi il 21%. Sono rappresentati anche da una parte di coloro che svolgono compiti d’ufficio negli altri comparti e da gran parte di quelli che sono altrove, dalle agenzie fiscali agli enti pubblici non economici (per esempio Inps, Inail, Aci). Diciamo che, tra tutti i dipendenti statali, svolge lavoro burocratico poco meno della metà.

Comunque, in totale, da alcuni anni il rapporto con la popolazione è più o meno quello di 50 cosiddetti “statali” ogni 1.000 abitanti. Sono meno rispetto alla media internazionale: in Italia il 13,4% degli occupati complessivi, contro il 17,7% medio segnalato dall’Ocse (dati del 2019). Inoltre sono il 49% in meno rispetto a quelli francesi, il 35% in meno di quelli inglesi e il 30% in meno di quelli tedeschi.

La contrazione del numero di dipendenti pubblici è stata in buona parte ottenuta grazie al blocco parziale del turn over. Anche a causa di questo blocco, tra il 2008 e il 2019 l’età media è aumentata di 3,8 anni, passando da 46,8 a 51 anni. Secondo i dati dell’Ocse, l’Italia ha la più alta quota di dipendenti over 55, pari al 45,4%, contro una media del 24,3%; Germania, Francia e Regno Unito sono invece in linea con quest’ultimo dato. L’Italia è in coda anche per la quota di dipendenti pubblici under 35, pari appena al 2,2% (contro una media Ocse del 18%).

Inoltre – nonostante lo sblocco del turn over varato alla fine del 2019 e non ancora a pieno ritmo – la PA sta per conquistare un nuovo record negativo: entro il 2021 avrà più pensionati che dipendenti, visto che oggi i primi sono già 3 milioni, come emerge da una ricerca presentata in apertura del “Forum Pa 2020 – Resilienza digitale”. Un numero che salirà, perché nel 2020 altri 540.000 dipendenti hanno compiuto 62 anni e 198.000 ne hanno maturati 38 di anzianità; quindi potranno usufruire entro la fine dell’anno prossimo della pensione anticipata garantita da quota 100 (varata nel 2019 dal primo governo Conte), grazie alla quale solo l’anno scorso sono usciti anticipatamente 90.000 dipendenti pubblici.

Altro che digitale: per i suoi dipendenti lo Stato spende 49 euro all’anno in formazione

La questione della formazione non è secondaria, in questo quadro. L’Istat spiega i dettagli di questa carenza. È vero che nel 2017 il 90% degli enti ha organizzato qualche attività formativa, ma è stato fatto a casaccio: “Solo il 14% delle istituzioni pubbliche ha adottato un piano formativo del personale”.

Guarda caso, non c’è alcuna pianificazione soprattutto negli enti che sono a più diretto contatto con cittadini: l’hanno elaborata appena il 9,6% dei comuni e il 7,6% delle comunità montane e unioni di piccoli comuni. Inoltre vengono svolte quasi esclusivamente lezioni tradizionali in aula (come mezzo secolo fa), più qualche convegno; mentre, come abbiamo visto, la formazione digitale ha riguardato meno del 5% (125.000 persone) dei partecipanti ai corsi.

Perché la digitalizzazione della PA è al palo? Istat rivela che “la mancanza di risorse finanziarie… (è) il principale ostacolo al processo di digitalizzazione, dichiarato in misura prevalente dalle amministrazioni locali, in particolare dall’80% dei comuni e dal 74% di comunità montane e unioni dei comuni, e in misura minore dalle amministrazioni centrali (42,4%)”.

Di certo, la spesa per tutte le attività formative è scesa allo 0,43% del costo dei salari (nonostante l’obiettivo fosse almeno l’1%). Il Forum sulla PA fa notare che ciascun dipendente ha usufruito mediamente solo di 1,04 giornate di formazione l’anno e che, parallelamente, gli investimenti per l’aggiornamento professionale si sono dimezzati negli ultimi dieci anni, passando da 263 milioni nel 2008 a 147 nel 2017. Dunque, lo Stato “investe” appena 49 euro a impiegato in un anno.

Insomma, occorre davvero riorganizzare e qualificare l’apparato burocratico italiano, per liberare le energie migliori e diminuire l’inefficienza. Mentre appare assai meno ragionevole e molto ipocrita teorizzare, nelle alte sfere, l’eliminazione dei burocrati o un loro generico “snellimento”. La burocrazia italiana, infatti, è già snella; però è anche “non formata” e ha pochi mezzi, con conseguenti grosse difficoltà per tutti noi. Si porrà rimedio? Vedremo. Per ora si preferisce usarla come capro espiatorio, piuttosto che come indispensabile risorsa.

Photo by Christian Dubovan on Unsplash

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