Lavorare non basta più. Il Rapporto Caritas 2026 presenta il conto. Chi passa a pagare?

Un quarto degli assistiti della rete Caritas ha un’occupazione. Non è un paradosso: è la descrizione precisa di come funziona il mercato del lavoro italiano nel 2026.

Immaginate una famiglia a Milano: madre e padre (poi sostituiteli come meglio credete) entrambi occupati e un figlio.

Lui lavora in logistica con un contratto intermittente a chiamata, senza certezza di ore. Lei è impiegata amministrativa in uno studio professionale, tempo determinato rinnovato ogni anno da sei anni. Insieme portano a casa poco meno di 2.800 euro netti al mese. L’affitto di un trilocale in zona semicentrale (non Brera, non Porta Venezia) Affori, Quarto Oggiaro o in uno di quesi paesi che finisce per -ago o -ate,  si aggira sui 1.500 euro. Restano 1.300 euro per tutto il resto: spesa, bollette, asilo, trasporti, cure mediche. Non ci sono risparmi. Non ci sono margini. Un imprevisto come una malattia, un’auto rotta, un mese di lavoro in meno è già una crisi.

Questa famiglia non è povera secondo nessuna definizione ufficiale. È occupata, è residente in una delle città più ricche d’Europa, partecipa al mercato del lavoro. Eppure è esattamente il tipo di nucleo che sempre più spesso bussa agli sportelli della Caritas.

Il conto del 2025

Il Rapporto Caritas 2026 presentato ieri registra 282.539 persone assistite dalla rete in Italia nel 2025. Ma il numero che conta non è quello totale: è il fatto che un assistito su quattro ha un lavoro e la fascia di utenza tra i 35 e i 44 anni. Ovvero, la fascia con i carichi familiari più pesanti, i mutui aperti, i figli piccoli.

Sono persone che fanno la cosa giusta. Lavorano. E non ce la fanno lo stesso.

Il meccanismo che produce questo risultato non è un mistero. Tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni reali in Italia hanno perso terreno in modo sistematico; il dato peggiore tra i principali Paesi europei secondo l’analisi pubblicata da AgenSIR che ha commentato il Rapporto. A maggio 2026 l’inflazione si è assestata al 3,2% su base annua mentre i contratti del settore privato crescono di meno. Conseguentemente, il divario tra costo della vita e salari si allarga.

Nel frattempo, il mercato produce sempre più lavoro frammentato. Nel primo trimestre 2026 i contratti a chiamata sono cresciuti mentre quelli stabili sono calati e non certo perché i lavoratori preferiscano l’incertezza: perché le imprese trovano conveniente offrirla e i lavoratori non hanno potere contrattuale sufficiente per rifiutarla.

Milano, nonostante il suo storytelling

Il caso Milano merita attenzione separata. La Lombardia è la regione più ricca d’Italia. Milano è la città con il PIL pro capite più alto del Paese, la più integrata nei circuiti internazionali, quella che attrae investimenti e sedi aziendali. Eppure il Rapporto Caritas registra che l’aumento degli assistiti al Nord nell’arco di dieci anni è stato il più forte in termini assoluti.

Il motivo è semplice: il costo della vita a Milano è cresciuto più velocemente dei salari di chi ci lavora. Il canone medio per un bilocale ha superato i 1.400 euro mensili. Un neolaureato che inizia a lavorare in città con uno stipendio di 1.400-1.600 euro netti che è la fascia più comune per i primi contratti nel terziario e nei servizi, si trova matematicamente in deficit prima ancora di aprire la busta paga.

Chi parte e non torna

Questa forbice ha un effetto diretto sulla capacità dell’Italia di trattenere chi forma. Il XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione presentato la settimana scorsa su un campione di quasi 700.000 laureati offre il numero più preciso disponibile sul fenomeno: tra i laureati italiani che lavorano all’estero, il 37% considera molto improbabile tornare in Italia nei prossimi cinque anni, e un altro 31,5% lo ritiene poco probabile. Solo il 15,4% giudica il rientro molto probabile. In totale, quasi sette su dieci non prevedono di rientrare.

Il motivo non è sentimentale. A cinque anni dalla laurea, chi lavora all’estero guadagna in media 2.941 euro netti al mese. Chi è rimasto in Italia si ferma a 1.840 euro. Sono più di mille euro al mese di differenza non per fare una vita di lusso, ma per pagare un affitto senza dover scegliere tra la spesa e la rata del mutuo. Il mercato del lavoro estero non attrae i giovani italiani perché è esotico: li attrae perché i conti tornano.

Chi se ne va ha spesso le performance universitarie più brillanti e si inserisce professionalmente più in fretta. L’Italia forma competenze qualificate con risorse pubbliche e poi le cede gratuitamente ai mercati che sanno valorizzarle. Non è un incidente: è il risultato prevedibile di un sistema che non ha mai deciso di competere sulla qualità del lavoro offerto.

Il problema che le aziende non vogliono vedere

C’è una narrazione che circola nei convegni HR e nelle dichiarazioni dei responsabili delle risorse umane: i giovani non vogliono lavorare, non hanno motivazione, pretendono troppo. È una narrazione comoda perché sposta la responsabilità sul lavoratore e la toglie all’organizzazione.

I dati dicono altro. Il rapporto Gallup sullo stato del lavoro globale che mi è già capitato di commentare, registra che l’Italia è tra i Paesi europei con i livelli più bassi di engagement lavorativo. Ma il disengagement non è una patologia culturale dei lavoratori italiani: è una risposta razionale a condizioni oggettive. Quando un’azienda non investe nella crescita professionale, non offre prospettive di carriera credibili, paga stipendi che non tengono il passo con l’inflazione e gestisce le persone come costi variabili anziché come patrimonio, ottenere engagement è pretendere fedeltà senza offrire reciprocità.

Il problema non è la motivazione dei lavoratori. È la qualità della leadership e della visione strategica di molte imprese italiane, che continuano a competere sul costo del lavoro anziché sulla qualità dei prodotti, sull’innovazione, sulla capacità di attrarre e trattenere talenti. Il risultato è un’economia che produce occupazione senza produrre attrattività, né per chi già lavora, né per chi si sta formando, né per gli investimenti industriali che potrebbero creare lavoro di qualità.

Chi paga il conto

La risposta istituzionale in campo questa settimana è il famoso decreto sul Salario Giusto (senzaFiltro ha spiegato qui tutte le contraddizioni in termini), che introduce un parametro ancorato ai contratti collettivi esistenti. Ma i contratti del settore privato crescono già meno dei prezzi: fotografare lo stato attuale non recupera il potere d’acquisto perso, lo certifica.

Nel frattempo, la Caritas assorbe quello che il sistema non copre. Negli ultimi dieci anni i bisogni sanitari degli assistiti sono cresciuti, la solitudine dichiarata è aumentata, gli anziani in difficoltà sono quasi triplicati. Ogni voce è una funzione che il welfare pubblico ha progressivamente ridotto e che le strutture ecclesiastiche di prossimità hanno assorbito senza averne né la missione né le risorse.

Il Rapporto Caritas diventa così il registro di un debito sociale che si accumula ogni anno, pagato da chi ha meno e da chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

 

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