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L’economista Pietro Paganini: “Liberalizzazioni? Con partiti così deboli non le faremo mai”

L’economista Pietro Paganini: “Liberalizzazioni? Con partiti così deboli non le faremo mai”

Il docente universitario ed economista Pietro Paganini parla in esclusiva a SenzaFiltro di concorrenza e del decreto concessioni firmato dal Governo Draghi.

Bruno Perini

20 Dicembre 2021

Si considera un liberale allo stato puro e un’inguaribile ottimista. Ma quando lo trascini in un giudizio sulle liberalizzazioni e le privatizzazioni che hanno costellato l’economia italiana dopo la caduta dei boiardi di Stato negli anni Ottanta il suo giudizio è severo, senza appello: “In molti casi siamo passati da uno Stato onnipresente a uno Stato corporativo. E in alcuni casi dal monopolio pubblico a quello privato. La politica delle concessioni? Alcuni dei protagonisti delle privatizzazioni hanno pensato che si potessero fare senza regole. E questa politica dissennata ha prodotto tragedie come, ad esempio, il crollo del ponte Morandi”.

Pietro Paganini, 46 anni, analista e divulgatore economico e geopolitico, professore aggiunto in Business Administration presso la Fox School of Business della Temple University di Philadelphia (2015) e presso il Dipartimento di Business Administration della John Cabot University di Roma (2008), fondatore di Competere – Policies for Sustainable Development (una piattaforma di professionisti che produce analisi e ricerche per innovare i processi produttivi), si considera un outsider della comunità economica e finanziaria. “Una voce fuori dal coro” come lui stesso si definisce.

Lo abbiamo invitato a fare una riflessione sul tema assai ostico e controverso delle liberalizzazioni e sul decreto concorrenza firmato dal Governo Draghi.

Partiamo da Palazzo Chigi. Che cosa ne pensa del decreto sulla concorrenza firmato dal governo presieduto da Mario Draghi?

Se lo guardiamo da un certo punto di vista dovremmo essere ottimisti: finalmente in materia di concorrenza e liberalizzazioni qualcosa si muove. Si rende conto che era dai tempi di Luigi Bersani che i governi non ponevano l’esigenza di mettere mano alle liberalizzazioni? Lei mi diceva che l’ha letto superficialmente, il decreto, ma io le devo dire che non poteva fare altrimenti: purtroppo quel documento è superficiale, non entra nei dettagli, si limita a porre con un certo vigore il problema. Non addebito a Draghi questo limite. Penso che il presidente del Consiglio abbia voluto porre in primo luogo un principio programmatico di grande importanza, e questo non è cosa di poco conto. Naturalmente toccherà al Parlamento e ai singoli ministeri entrare nei dettagli. E qui iniziano le note dolenti, a mio parere.

Mi pare di capire che il suo ottimismo comincia già a vacillare. Che cosa non la convince del programma del Governo Draghi in materia di concorrenza e liberalizzazioni?

Quello che preoccupa non è Mario Draghi. Lui è un uomo pragmatico, ha messo in priorità un programma e mostra di volerlo realizzare con un certo slancio. E allora, dirà lei, dov’è il problema? Le confesso che sono pessimista su chi lo circonda; non tanto i singoli ministri, ma i partiti che hanno dato vita a questo governo. E che in alcuni casi mi pare rispondano più agli interessi corporativi di alcuni settori della società piuttosto che all’interesse dei cittadini.

Mi faccia indovinare: si riferisce alle concessioni delle aziende che gestiscono i centri balneari o ai tassisti, o alla corporazione dei notai e dei farmacisti? Perché mi pare che lì sia stato rinviato tutto purché nulla cambi.

Non voglio essere così severo. Mentre effettivamente per i notai non cambierà nulla, per le aziende balneari Draghi ha fatto una proposta realistica: facciamo innanzitutto una mappatura di queste aziende, apriamo questo mercato alla concorrenza con delle gare e riconosciamo dei vantaggi a quelle famiglie che in questi anni hanno fatto investimenti negli stabilimenti balneari. Mi sembra una proposta equilibrata da perseguire. Per quanto riguarda invece i tassisti, siamo a un punto di non ritorno, e comunque non più rinviabile. Hanno impedito qualsiasi liberalizzazione, hanno approfittato di un mercato chiuso alla concorrenza e ora si trovano in crisi: come mi confermava lei, in una città come Milano i depositi di taxi sono stracolmi. Come mai? È il risultato di un mancato cambiamento. Oggi in Italia ci sono in questo settore circa 25.000 addetti. Se si riuscisse a far entrare altri soggetti si potrebbe arrivare a 50.000 addetti, magari con mezzi di trasporto più sostenibili.

Nel settore dell’energia la liberalizzazione c’è stata, basti pensare alle centinaia di telefonate di aziende che si propongono di fornire luce e gas.

Mi permetta di dubitare che quella sia vera concorrenza. Purtroppo, soprattutto nel settore dell’energia, grazie alla costituzione di veri e propri cartelli tra le aziende produttrici e distributrici il cittadino è impotente, è di fronte a un finto regime di libertà. La definirei concorrenza monopolistica. Quando i servizi non migliorano e ci sono accordi non dichiarati tra i provider non c’è concorrenza.

Mi scusi professor Paganini, ma non le pare che in questo Paese la politica delle concessioni abbia fatto nascere una nuova forma di rendita di posizione e abbia provocato delle tragedie, come ad esempio il crollo del ponte Morandi?

Lei tocca un tasto assai delicato. E sa perché le dico questo? Perché purtroppo in Italia alcuni operatori hanno interpretato le privatizzazioni come se ognuno potesse fare quello che vuole. In realtà le privatizzazioni raggiungono il loro scopo se rafforzano i servizi ai cittadini e vengono rispettate le regole. Lei citava il crollo del ponte Morandi: quello è un esempio di non rispetto delle regole. Se non ci sono regole si rischia di passare da un monopolio di Stato a un monopolio dei privati. Soltanto con il rispetto delle regole e i controlli la politica delle concessioni può essere fonte di benessere per i cittadini. Prendiamo come esempio il Green pass: qualche anno fa lo avrei definito un provvedimento fascista, autoritario. Oggi lo considero uno strumento utile a far rispettare le regole della convivenza.

Forse al fondo di tutte queste questioni c’è un problema culturale. Lei che ne dice?

Certo che c’è un problema culturale. E la cultura si forma su valori condivisi mentre spesso la tutela da parte dello Stato è riservata a pochi gruppi. Soprattutto in Italia, il Parlamento, che nella nostra Repubblica dovrebbe essere sovrano, subisce pesantemente il potere della burocrazia, e spesso è asservito a interessi privati. Finché ci sarà questa cultura non si andrà da nessuna parte.

Torniamo alla cronaca politica dell’epoca di Mario Draghi: che valutazione dà della situazione attuale?

Le sembrerà strano, ma ancora una volta voglio affidarmi all’ottimismo della ragione. Io spero che si proceda nel processo di liberalizzazione di alcuni gangli vitali della nostra economia. E mi auguro che vengano fatte non per favorire pochi centri di potere, ma per favorire i cittadini. Però devo constatare che questo obiettivo si può realizzare se si affronta un tema che a me appare cruciale.

A che cosa si riferisce?

Mi riferisco alla crisi della democrazia che tocca tutto il mondo, non esclusa l’Italia. Mi spiego: io sono un sostenitore di Mario Draghi, penso che sia l’uomo giusto per aiutarci a uscire dalla crisi. Ma penso anche che non ci si può affidare a un solo uomo per affrontare una crisi così profonda. E invece mi pare che i partiti stiano facendo proprio questo, si affidano a un uomo, probabilmente perché non hanno un’alternativa credibile, e mi creda: in queste condizioni politiche le liberalizzazioni non le faremo mai. Prenda gli applausi al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Certo che se li merita, quegli applausi, ma ho trovato fastidioso quel gesto da parte della politica, perché ancora una volta dimostra la debolezza dei partiti e la incapacità di proporre un progetto alternativo. Invece che delegare la politica a un uomo solo, sia esso Mattarella o Draghi, i partiti dovrebbero interrogarsi sul perché fino a ora non si sono fatte liberalizzazioni nell’interesse dei cittadini. Che risposta mi do io? È la paura del cambiamento. È da lì che dobbiamo partire se vogliamo che qualcosa muti davvero nel nostro Paese.

Photo credits: affaritaliani.it