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Marco Biagi, vent’anni dopo: il diritto del lavoro muore ancora

Marco Biagi, vent’anni dopo: il diritto del lavoro muore ancora

A celebrare siamo bravi tutti, a dire grazie ai morti che non possono più contraddirci; e come riescono bene ai grandi giornali del nostro Paese le interviste del ricordo offerte alle mogli rimaste in carne e ossa a presidiare dolori e statura morale.

Di lavoro si muore di continuo, si muore in tanti modi. A volte è un’impalcatura, altre un dispositivo di sicurezza trascurato, spesso in passato è stato un brigatista o un sabotatore del sistema. Di strategie del terrore siamo esperti, esperti a cicli: prima i giornalisti, poi i magistrati, poi i giuslavoristi, poi si sono fermati.

A vent’anni esatti da quei 6 proiettili sparati con la stessa pistola che fermò anche Marco D’Antona, c’è una cosa che dovremmo intanto rimandare al mittente: l’ipocrisia dei nostri politici, soprattutto a due passi dalla fine di uno stato di emergenza che per lo meno ci ha fatto partorire lo smartworking davanti a un’ostetrica chiamata pandemia. Per questo parlo di ipocrisia dei vivi e dei morti dopo aver seguito tre giorni fa in diretta streaming il convegno organizzato da Adapt “Marco Biagi, vent’anni dopo”. Tre ore di interventi dal Parlamentino del CNEL, i nomi noti della politica e del diritto, qualche ministro precettato, il solito stile commemorativo, la conferma che i dibattiti pubblici sul lavoro non esistono, non si fanno, non interessano.

Però tre riflessioni serie, qui, le farei.

La prima è per Renato Brunetta, Ministro per la Pubblica amministrazione, al quale non resisto nel fargli i conti in tasca di una commozione forzata a favore di diretta, le parole cadenzate da tragedia greca – lunghissime pause le sue, una parola scandita alla volta, il pathos ai confini col ridicolo – il ricordo del suo legame con Marco Biagi perché siamo sempre tutti amici dei morti migliori. Non gli risparmio nemmeno lo stridore con cui davanti alla telecamera celebrava la visionarietà del giurista e l’urgenza di ispirarsi al metodo con cui aveva anticipato le trasformazioni del lavoro mentre poi lui stesso, in veste di Ministro, da mesi se ne esce con quel fastidiosissimo ostruzionismo allo smartworking, quel “basta fare finta di lavorare” del febbraio scorso, le sue battaglie contro i dipendenti pubblici come i peggiori genitori che alzano le mani sui figli per punirli piuttosto che parlare con loro per sapere come stanno.

La seconda è per Tiziano Treu, il giurista oggi presidente del CNEL. Su suoi libri un paio di esami all’università ce li ho passati tutti. Durante il convegno ha detto un paio di cose cose sacre per sottintendere la pochezza del dibattito politico-sindacale italiano: “In questi ultimi venti, trent’anni di diritto del lavoro in Italia, se c’è una grande delusione che vivo è quella di aver scritto con altri le regole del diritto del lavoro illudendomi che bastasse scriverle per farle funzionare. Non è andata così. Ora il digitale ci ha fatto vedere come le transizioni sono molto più rapide e scioccanti ma Marco Biagi ci aveva già fatto intuire che sarebbe stato necessario andare incontro al mare in burrasca del lavoro e invece noi, un po’ per ideologia e un po’ perché non abbiamo avuto né ponti né scialuppe sotto forma di politiche attive del lavoro, siamo rimasti abbarbicati solo ai manuali, alle teorie”. Ma è con la tiritera sindacale dell’art.18 che noi italiani abbiamo confuso per anni la parte con il tutto e abbiamo fatto finta di parlare di tutele dei lavoratori riempiendo pagine di giornali, salotti televisivi, telecamere, campagne elettorali, tessere sindacali. “Tutto il diritto del lavoro sembrava stare dentro l’art.18, per anni l’abbiamo sentito citare, ma se andate in giro per il mondo il licenziamento è solo una minima parte dei problemi”.

La terza è per il Ministro del lavoro Andrea Orlando. Le ha dette tutte giuste nei suoi quindici minuti, non gli perdono però lo sfasamento con cui ha messo in guardia il Paese dal momento in cui i datori di lavoro saranno veri e propri algoritmi e non più datori di lavoro alla vecchia maniera: peccato che sia così già da almeno una decina d’anni. Ha invidiato a Biagi il contesto comparato dentro il quale parlava di lavoro già nei primi anni Duemila, l’approccio scientifico di guardare gli altri Paesi mentre guardava l’Italia e l’Europa. “Rispetto a lui di passi avanti ne abbiamo fatti. Noi oggi stiamo discutendo a livello internazionale una direttiva sul salario minimo, stiamo ragionando su una disciplina europea dello smartworking, ci stiamo anche interrogando sugli sviluppi delle piattaforme nei vari Paesi. Però, purtroppo, in Italia discutiamo con un dibattito interno che non tiene conto di quello che accade negli altri contesti. Dibattiamo poco e soprattutto non abbiamo l’ambizione di normare per immaginare e anticipare ciò che ancora non c’è e ciò che dovrà arrivare, noi italiani tendiamo a normare solo per regolamentare quello che già esiste”.

Non si può rendere memoria a Marco Biagi senza gridare ad alta voce il ritardo con cui per vent’anni abbiamo continuato a rinnegare le infinite sfaccettature con cui il mercato del lavoro passava dall’adolescenza alla maturità, tratteggiando in modo sempre più netto la propria fisionomia: lavoro subordinato o lavoro autonomo, è in queste due accezioni messe sempre una attaccata all’altra, come se non potessero esserci alternative, che abbiamo tradito intere fette di società e di mestieri che reclamavano uno spazio da gestire anche col diritto. Le forme miste hanno preso il sopravvento in forma caotica perché nessuno – politica, diritto, sindacato – le ha volute guardare in faccia. Come dice Treu, aveva capito bene Marco Biagi che l’impalcatura non poteva essere tutta piena da un alto – il lavoro subordinato – e tutta vuota dall’altro – l’autonomo: serviva modulare, e adesso è complicato modulare perché da sempre ci resta più comodo provare a mettere le toppe dopo piuttosto che fare il disegno prima. 

C’è da chiedersi adesso come si adattano le competenze rispetto alle tipologie contrattuali.

Come si accoglie il fatto che spazio e tempo di lavoro si sono spezzati come nel teatro greco.

Come si passa da un diritto di dettaglio a un diritto sempre più necessario di principio.

Come si ricreano luoghi di dibattito per decodificare la parola lavoro dal 2022 in avanti.

Non si può continuare a far morire il lavoro di finte riforme: serve la forma intera, una volta per tutte. A Marco Biagi, dopo parecchie minacce di morte che gli erano valse la scorta, a fine 2001 quella tutela fu proprio tolta. Tre mesi dopo arrivarono gli spari, anche quelli una volta per tutte, e vent’anni dopo abbiamo capito che i colpi non erano solo per lui ma per tutti noi lavoratori, per ciò che lui aveva già intuito, per ciò che stava provando a immaginare del nostro mercato del lavoro. Andrebbero ricordati più spesso gli atti del processo per l’uccisione del giurista, quando la terrorista poi pentita Cinzia Banelli disse “Se Marco Biagi avesse avuto la scorta non saremmo riusciti ad ucciderlo. Per noi, due persone armate costituivano già un problema. Non eravamo abituati ai veri conflitti a fuoco. Avremmo dovuto fare più attenzione, osservare possibili cambiamenti nella situazione del professore. Dovevamo controllare che non fosse solo. Invece arrivò alla stazione di Bologna da solo”.

Anche il mercato del lavoro gira da solo per l’Italia ormai da decenni, incustodito, senza scorte.


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