Navigator: selezionati come funzionari, trattati come volontari. Ora una sentenza lo certifica

La Cassazione ha riconosciuto ai navigator il diritto alle tutele del lavoro subordinato: differenze retributive, TFR, contributi. La sentenza arriva sette anni dopo una selezione pubblica competitiva quanto quella di qualsiasi altro concorso statale, e sette anni dopo essere stati calati – per scelta politica, non per necessità tecnica – dentro centri per l’impiego che già di loro non funzionavano, non erano informatizzati e spesso non avevano alcuna intenzione di collaborare. Oggi quegli stessi centri intermediano ancora una quota marginale del mercato del lavoro italiano.

Il 17 luglio la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23436/2026, ha censurato la decisione della Corte d’Appello di Torino sul caso di alcuni navigator assunti da Anpal Servizi con contratti di collaborazione. Il principio stabilito è netto: la qualificazione formale del contratto non basta a determinare la natura del rapporto di lavoro, occorre valutare le modalità concrete con cui l’attività viene svolta. E quelle modalità – orari fissati dall’amministrazione, strumenti forniti dall’amministrazione, piena integrazione nell’organizzazione dei centri per l’impiego – configurano eterodirezione. Da qui il diritto a differenze retributive, TFR e regolarizzazione contributiva per il periodo di servizio.

È una sentenza tecnica, ma dice una cosa che va oltre il tecnicismo: i navigator, etichettati per anni come “collaboratori” precari e in qualche caso irrisi come parcheggio per giovani laureati senza altra prospettiva, lavoravano di fatto come funzionari pubblici. Lo dicevano loro stessi da tempo. Giulia Elisa Martinozzi, allora vicepresidente di A.N.NA. (Associazione Nazionale Navigator), lo aveva messo nero su bianco in un’intervista a SenzaFiltro del 2021: “Noi, in fin dei conti, siamo dei collaboratori che attuano una misura politica, come se fossimo funzionari”.

La Cassazione, con cinque anni di ritardo, le ha dato ragione.

Una selezione competitiva, non un ripiego

Il racconto pubblico dei navigator si è quasi sempre appoggiato su un sottinteso: che fossero un esperimento raccogliticcio, selezionato in fretta e senza rigore, per accontentare una misura – il Reddito di Cittadinanza . nata sotto pressione politica.

I dati sulla selezione del 2019 raccontano altro: il bando Anpal Servizi richiedeva una laurea magistrale o specialistica in discipline specifiche (economia, scienze politiche, scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua, psicologia) e prevedeva l’ammissione alle prove con un rapporto di circa 1 candidato ogni 20 posti disponibili su base provinciale, selezionati in base al miglior voto di laurea .

Tra i vincitori, l’età media era di 35 anni, il 54% erano donne, e il voto di laurea non scendeva mai sotto i 107/110; dato confermato anche da un’inchiesta di SenzaFiltro dello stesso periodo, che parlava di “tre operatori su quattro” under 40 con “voto medio di laurea pari a 107 su 110”. È stato a tutti gli effetti, un concorso pubblico selettivo quanto qualsiasi altra procedura per l’accesso alla pubblica amministrazione, solo che a valle non ha previsto la stabilizzazione riservata di norma a chi supera un concorso da funzionario.

Il fallimento non è dei navigator. È di dove sono stati messi

Se la selezione era seria, perché la misura è stata raccontata quasi sempre come un flop dei navigator stessi?

Perché il fallimento non è mai stato principalmente loro. È del sistema in cui sono stati calati, per scelta politica del governo che varò il Reddito di Cittadinanza, senza che si ponesse mano prima ai problemi strutturali dei centri per l’impiego.

L’indagine della Corte dei Conti sul “Funzionamento dei centri per l’impiego”, deliberata a fine settembre 2021, è impietosa proprio sui CPI, non sui navigator: parla di “inadeguata conoscenza dell’effettivo mercato del lavoro” da parte dei centri, di un sistema informatico unico messo a punto “con notevoli difficoltà per una non adeguata dotazione a livello locale”, di totale assenza di coordinamento centrale che lascia ogni Regione libera di organizzarsi – o disorganizzarsi – per conto proprio.

Il risultato di questa assenza di coordinamento è una forbice regionale che da sola smonta la tesi del “navigator inadeguato”: in Emilia-Romagna, su 128.281 persone accolte, sono stati attivati appena 7.284 patti per il lavoro, ovvero il 5%. In Veneto, dove secondo le stesse fonti la collaborazione tra navigator e centri ha retto nonostante “una campagna politica quasi demonizzante”, su 16.436 accolti i patti attivati sono stati 11.599: il 70%. In Campania i navigator sono rimasti per un anno intero senza alcuna forma di collaborazione da parte dei centri, risultato: 855 patti su 51.604 persone accolte. Stesso Paese, stessa procedura nazionale, stesso identico gruppo professionale; risultati che vanno dal 5% al 70% a seconda di quanto l’amministrazione regionale avesse voglia di collaborare.

E non si è trattato solo di disorganizzazione passiva. In Puglia, secondo la testimonianza di un’ex navigator raccolta da SenzaFiltro, l’agenzia regionale ARPAL emanò “una direttiva per impedire l’accesso ai navigator ai centri per l’impiego”: i patti per il lavoro venivano costruiti da remoto, gli utenti incontrati solo per la firma, perché “all’interno per noi non c’era posto“.

Non è un problema di competenza dei navigator. È un’amministrazione pubblica che ha attivamente ostacolato l’accesso di un’altra struttura pubblica ai propri uffici.

Su tutto questo si è sovrapposto lo scontro politico: la gestione dei navigator è diventata terreno di contesa tra il Movimento 5 Stelle, che aveva fortemente voluto il Reddito di Cittadinanza e le forze politiche che quella misura la osteggiavano. Ogni proroga contrattuale è stata trattata come un referendum sul RdC più che come una scelta di politica del lavoro, fino allo scadere definitivo dei contratti nell’aprile 2022, quando restavano in servizio meno di 1.800 delle 3.000 persone selezionate;  un’emorragia dovuta, secondo l’allora presidente di A.N.NA. Matteo Diomedi, proprio all’assenza di qualunque prospettiva di stabilizzazione, mai promessa nei fatti nonostante fosse stata paventata in fase di avvio.

Oggi, senza navigator, i centri per l'impiego intermediano ancora pochissimo

Il punto che la narrazione sui “navigator falliti” ha sempre evitato di raccontare è cosa sia successo dopo il loro allontanamento. Non molto è cambiato. Già nel 2018 solo il 2,1% di chi aveva trovato un’occupazione alle dipendenze nel settore privato era passato per un centro per l’impiego, contro un 56% collocato attraverso canali informali; altre elaborazioni sullo stesso periodo parlano di un 3% di disoccupati che, rivolgendosi ai CPI, riesce effettivamente a trovare lavoro, a fronte di una spesa pubblica di circa 600 milioni di euro l’anno per 556 uffici sul territorio, e di una ricerca di occupazione che in Italia resta affidata a canali informali fino all’87,3% dei casi, contro appena il 24,2% di chi si rivolge anche solo occasionalmente ai centri pubblici.

Sono dati precedenti alla piena uscita dei navigator dal sistema, il che dovrebbe far riflettere in senso ancora più critico: se questi erano i numeri quando la rete dei navigator era ancora faticosamente operativa in buona parte del Paese, non risulta agli atti alcuna evidenza pubblica che l’intermediazione dei CPI sia sensibilmente migliorata dopo la loro uscita di scena. La stessa Corte dei Conti aveva fotografato centri per l’impiego con un’età media del personale sopra i cinquant’anni e un digital divide “preoccupante”,  un profilo di personale strutturalmente diverso, per formazione e per missione, da quello selezionato per fare i navigator.

È una lettura che SenzaFiltro sostiene da tempo: i centri per l’impiego hanno spesso continuato a funzionare come approdo per personale trasferito da altre funzioni della pubblica amministrazione, più per ragioni di collocazione interna quando non elettorali, nella gestione delle nomine regionali, che per effettiva competenza nell’incrociare domanda e offerta di lavoro.

È un giudizio, non un dato certificato da un’authority indipendente: lo segnaliamo come tale, ma è coerente con ciò che gli stessi numeri della Corte dei Conti raccontano su formazione e digitalizzazione del personale storico dei CPI.

Cosa cambia con la sentenza

La sentenza di Cassazione non riporta in servizio nessun navigator: riguarda il trattamento economico e contributivo dovuto per il periodo già lavorato, con rinvio alla Corte d’Appello di Torino per l’applicazione concreta dei criteri. Ma il suo valore simbolico eccede il perimetro tecnico: certifica che chi veniva presentato come un collaboratore autonomo, sacrificabile a ogni tornata di bilancio, lavorava nei fatti sotto la piena direzione di un’amministrazione pubblica. È lo stesso schema giuridico – etichetta contrattuale leggera, sostanza organizzativa pesante – che questa testata ha già raccontato a proposito delle finte partite IVA.

Qui, però, il datore di lavoro sostanziale non è un’azienda privata in cerca di risparmio sul costo del lavoro: è lo Stato.

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