Partiamo da un presupposto fondamentale: l’acciaieria andava bene, anzi benissimo. La produzione e il fatturato, per una volta, non c’entrano nulla con la crisi.
Non a caso il Gruppo Valbruna, controllato dalla famiglia Amenduni, è un pilastro della produzione siderurgica italiana, ai vertici del mercato internazionale con una specializzazione nell’acciaio inossidabile e nelle leghe speciali. La società mostrava indicatori economici di assoluta solidità, con un fatturato di gruppo che superava il miliardo di euro nel 2024. Lo stabilimento di Bolzano, acquisito negli anni Novanta, è il fulcro tecnologico dove vengono realizzati semilavorati e prodotti finiti ad altissimo valore aggiunto, destinati a mercati caratterizzati da elevata qualità e precisione metallurgica.
L’importanza economica dello stabilimento di Bolzano deve essere valutata non solo in termini di fatturato diretto, pari a circa 400 milioni di euro annui, ma anche attraverso l’integrazione verticale con l’altro grande sito produttivo del gruppo, situato a Vicenza. Esiste una sinergia operativa indissolubile tra i due poli: i cicli produttivi sono interdipendenti, e una fermata forzata del sito di Bolzano comporterebbe inevitabili ripercussioni sulla capacità operativa e sui livelli occupazionali dello stabilimento veneto, che impiega circa 1.200 addetti.
A differenza della siderurgia di massa, il sito di Bolzano è orientato verso la produzione di acciai speciali destinati a settori strategici. La continuità produttiva è considerata un interesse nazionale poiché i prodotti Valbruna sono componenti essenziali per il settore biomedicale (soprattutto per la produzione di protesi ortopediche e strumenti chirurgici che richiedono biocompatibilità assoluta), per l’industria aerospaziale e la difesa (dove la resistenza alle sollecitazioni estreme è un requisito fondamentale per la sicurezza dei mezzi e dei sistemi d’arma) e per la competizione motoristica di alto livello (inclusa la Formula Uno, che utilizza leghe speciali per componenti motore e strutturali).
La minaccia di una chiusura o di uno sfratto dello stabilimento non comporterebbe solo la perdita di posti di lavoro, ma priverebbe la filiera industriale italiana di un fornitore interno di materiali difficili da reperire sul mercato globale, costringendo molte aziende a rivolgersi a fornitori esteri – il che significherebbe un aumento dei costi e dei rischi di approvvigionamento.
L’analisi dei flussi di investimento testimonia l’impegno della proprietà verso la modernizzazione e la sostenibilità del sito altoatesino. La famiglia Amenduni ha destinato oltre 450 milioni di euro al potenziamento dei macchinari e delle infrastrutture, con una quota significativa di 60 milioni dedicata alla sicurezza ambientale e all’abbattimento delle emissioni, rendendo l’impianto un modello di convivenza tra industria pesante e tessuto urbano. Tuttavia, l’incertezza derivante dalla scadenza della concessione ha bloccato una nuova tranche di investimenti programmati per il biennio 2025-2026, stimata in 160 milioni di euro, a dimostrazione di come l’instabilità amministrativa possa frenare lo sviluppo industriale di un intero settore.
Insomma, l’azienda aveva mercato, produceva qualità, e la proprietà investiva molto e bene. Che cosa è successo, allora, per mandare in crisi la Valbruna?