Valbruna, una crisi italiana per colpa dell’Europa

L’acciaieria di Bolzano vive una crisi unica nel suo genere: l’impresa gode di ottima salute, produce acciaio di massima qualità e la proprietà non ha nessuna intenzione di andarsene, ma i 580 operai dello stabilimento altoatesino sono a rischio per una concessione immobiliare messa in dubbio da una direttiva europea

12.01.2026
Valbruna, operai in sciopero davanti all'acciaieria di Bolzano

L’industria c’è, e funziona, e fattura. Dall’altro lato, l’amministrazione locale sta solo applicando una norma europea che ha già spettinato il mercato italiano (spesso per il meglio). La crisi delle Acciaierie Valbruna di Bolzano sta tutta qui: in una controversia nella quale nessuno ha del tutto torto, ma in cui gli unici a non vedere riconosciute le loro ragioni rischiano di essere i 580 operai dell’azienda altoatesina.

La crisi che ha colpito Valbruna nell’autunno del 2025 è un caso di studio interessante per comprendere la complessa intersezione tra sovranità produttiva nazionale, regimi amministrativi locali e normativa comunitaria sulla concorrenza. La vicenda trae origine non da un’insolvenza di mercato o da una carenza di competitività, bensì da una problematica di natura amministrativa, scaturita dall’applicazione della Direttiva 2006/123/CE, meglio nota come Direttiva Bolkestein.

L’accaduto ha innescato una reazione corale delle rappresentanze dei lavoratori, preoccupate che un nodo burocratico potesse distruggere decenni di storia industriale: così le sigle sindacali FIM CISL, FIOM CGIL e UILM hanno dato vita a una serie di mobilitazioni che hanno visto negli scioperi del 12 gennaio 2026 il loro momento di massima visibilità. La protesta ha assunto anche un valore simbolico: gli operai hanno mantenuto un presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di via Volta anche durante le festività natalizie del 2025, trascorrendo il Natale in fabbrica per ribadire il legame indissolubile tra il territorio e l’acciaieria.

Nel complesso, la posta in gioco riguarda la salvaguardia di 1.800 lavoratori diretti (tra Bolzano e Vicenza) e di un indotto stimato in circa 7.000 unità. Ma il modo in cui la questione è nata e si è articolata merita particolare attenzione, e lo ricostruiamo nella nostra analisi.

Valbruna, l’acciaio della F1 si ferma davanti alle norme

Partiamo da un presupposto fondamentale: l’acciaieria andava bene, anzi benissimo. La produzione e il fatturato, per una volta, non c’entrano nulla con la crisi.

Non a caso il Gruppo Valbruna, controllato dalla famiglia Amenduni, è un pilastro della produzione siderurgica italiana, ai vertici del mercato internazionale con una specializzazione nell’acciaio inossidabile e nelle leghe speciali. La società mostrava indicatori economici di assoluta solidità, con un fatturato di gruppo che superava il miliardo di euro nel 2024. Lo stabilimento di Bolzano, acquisito negli anni Novanta, è il fulcro tecnologico dove vengono realizzati semilavorati e prodotti finiti ad altissimo valore aggiunto, destinati a mercati caratterizzati da elevata qualità e precisione metallurgica.

L’importanza economica dello stabilimento di Bolzano deve essere valutata non solo in termini di fatturato diretto, pari a circa 400 milioni di euro annui, ma anche attraverso l’integrazione verticale con l’altro grande sito produttivo del gruppo, situato a Vicenza. Esiste una sinergia operativa indissolubile tra i due poli: i cicli produttivi sono interdipendenti, e una fermata forzata del sito di Bolzano comporterebbe inevitabili ripercussioni sulla capacità operativa e sui livelli occupazionali dello stabilimento veneto, che impiega circa 1.200 addetti.

A differenza della siderurgia di massa, il sito di Bolzano è orientato verso la produzione di acciai speciali destinati a settori strategici. La continuità produttiva è considerata un interesse nazionale poiché i prodotti Valbruna sono componenti essenziali per il settore biomedicale (soprattutto per la produzione di protesi ortopediche e strumenti chirurgici che richiedono biocompatibilità assoluta), per l’industria aerospaziale e la difesa (dove la resistenza alle sollecitazioni estreme è un requisito fondamentale per la sicurezza dei mezzi e dei sistemi d’arma) e per la competizione motoristica di alto livello (inclusa la Formula Uno, che utilizza leghe speciali per componenti motore e strutturali).

La minaccia di una chiusura o di uno sfratto dello stabilimento non comporterebbe solo la perdita di posti di lavoro, ma priverebbe la filiera industriale italiana di un fornitore interno di materiali difficili da reperire sul mercato globale, costringendo molte aziende a rivolgersi a fornitori esteri – il che significherebbe un aumento dei costi e dei rischi di approvvigionamento.

L’analisi dei flussi di investimento testimonia l’impegno della proprietà verso la modernizzazione e la sostenibilità del sito altoatesino. La famiglia Amenduni ha destinato oltre 450 milioni di euro al potenziamento dei macchinari e delle infrastrutture, con una quota significativa di 60 milioni dedicata alla sicurezza ambientale e all’abbattimento delle emissioni, rendendo l’impianto un modello di convivenza tra industria pesante e tessuto urbano. Tuttavia, l’incertezza derivante dalla scadenza della concessione ha bloccato una nuova tranche di investimenti programmati per il biennio 2025-2026, stimata in 160 milioni di euro, a dimostrazione di come l’instabilità amministrativa possa frenare lo sviluppo industriale di un intero settore.

Insomma, l’azienda aveva mercato, produceva qualità, e la proprietà investiva molto e bene. Che cosa è successo, allora, per mandare in crisi la Valbruna?

Ce lo chiede l’Europa: come Valbruna si è fermata (e ha cominciato a perdere operai)

Lo stabilimento di Bolzano sorge su un’area di 19 ettari di proprietà della Provincia Autonoma di Bolzano. Il rapporto giuridico tra l’azienda e l’ente pubblico era regolato da una convenzione trentennale sottoscritta nel 1995, la quale garantiva il diritto di superficie sull’area a fronte di specifici impegni occupazionali e produttivi.

Al sopraggiungere della scadenza naturale del contratto, fissata per il 3 settembre 2025, la proprietà delle acciaierie ha richiesto il rinnovo della concessione, facendo leva sugli investimenti realizzati e sulla natura strategica dell’attività. Tuttavia la Provincia di Bolzano si è adeguata alla Direttiva europea Bolkestein, che vieta regimi di concessione che impediscono l’accesso di nuovi operatori a risorse pubbliche limitate: così a metà settembre 2025 l’amministrazione locale ha messo a bando l’assegnazione del diritto di superficie per i successivi 50 anni del terreno su cui sorge la Valbruna. Un bando che, a dire dell’azienda, avrebbe introdotto condizioni “insostenibili” e scollegate dalla realtà industriale siderurgica (raddoppio dell’affitto a 3 milioni di euro annui, il tralasciamento del know how siderurgico nei criteri di valutazione del punteggio, il termine di soli 18 mesi per lo sgombero del sito in caso di mancata aggiudicazione).

La crisi amministrativa ha generato un clima di sospensione operativa. Poiché i cicli produttivi della siderurgia speciale necessitano dai tre ai sei mesi per la programmazione e la consegna delle commesse, l’impossibilità di garantire la permanenza nel sito ha impedito all’azienda di accettare nuovi ordini a lungo termine. Questa incertezza ha logorato anche la forza lavoro: entro il dicembre 2025, dieci dipendenti specializzati hanno scelto di rassegnare le dimissioni, preferendo cercarsi altri lavori piuttosto che attendere l’esito incerto della disputa.

Controversa ma giusta: la Direttiva Bolkestein in Italia non tocca solo le spiagge

L’applicazione della Direttiva Bolkestein (2006/123/CE) in Italia ha generato una lunga stagione di conflitti giurisprudenziali, che hanno visto contrapposti i governi nazionali, impegnati a proteggere categorie economiche consolidate, e le istituzioni europee, ferme nel pretendere il rispetto della concorrenza. Sebbene la crisi di Valbruna riguardi un sito industriale, i principi amministrativi applicati sono gli stessi che hanno travolto altri settori.

Il parallelo più diretto si riscontra nella gestione dei siti balneari. Per decenni il Codice della Navigazione italiano ha previsto il cosiddetto “diritto di insistenza”, che garantiva al concessionario uscente una preferenza assoluta in sede di rinnovo dell’appalto, rendendo di fatto perpetue le concessioni delle spiagge. La Commissione Europea ha avviato numerose procedure di infrazione contro l’Italia, ritenendo tale prassi incompatibile con l’Articolo 12 della Direttiva Bolkestein, il quale impone una procedura di selezione imparziale e trasparente qualora il numero di titoli disponibili sia limitato per via della scarsità delle risorse naturali.

Le sentenze gemelle dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (n. 17 e n. 18 del 2021) hanno stabilito l’obbligo lapidario di mettere a gara tutte le concessioni. Il concetto di “scarsità della risorsa” è il perno su cui ruota l’intera controversia: nel caso Valbruna, l’amministrazione sostiene che l’area industriale di Bolzano è limitata e che altri operatori economici potrebbero essere interessati a insediarsi in quel sedime.

In parole povere, la Provincia di Bolzano ha agito per evitare che una proroga tecnica venisse annullata dai giudici amministrativi per contrasto con il diritto comunitario; nessuno aveva interesse a mettere i bastoni tra le ruote a una realtà imprenditoriale che funziona. Come spesso accade, si tratta di una storia in cui il cattivo non esiste.

L’intervento del Governo: il Golden Power come scudo strategico

Il governo italiano nel settembre 2025 ha avviato le procedure per l’attivazione dei “poteri speciali” noti come Golden Power, evoluzione della vecchia Golden Share, introdotta negli anni Novanta per mantenere il controllo statale sulle aziende privatizzate nei settori dei servizi pubblici.

Si tratta del potere amministrativo di intervenire in operazioni societarie che minaccino l’interesse nazionale. I settori di applicazione del Golden Power includono oggi non solo la difesa e la sicurezza nazionale, ma anche l’energia, i trasporti, le comunicazioni e i settori ad alta intensità tecnologica, tra cui la siderurgia di precisione.

L’attivazione del Golden Power per le Acciaierie Valbruna è stata sollecitata sia dall’azienda che dalla Provincia di Bolzano durante i tavoli convocati dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Riconoscendo formalmente la Valbruna come asset di interesse nazionale per i settori della difesa e dell’aerospazio, il Governo può introdurre vincoli che rendano obbligatoria la permanenza dell’attuale gestore o di un soggetto con pari capacità tecnologiche, mitigando l’effetto lotteria del bando aperto.

Scenari futuri e regolamenti di conti tra enti locali

Al culmine della crisi, nel gennaio 2026, la situazione resta molto complessa, specie dal punto di vista legale. L’esito della gara per il diritto di superficie rappresenta lo spartiacque definitivo per il futuro della Valbruna a Bolzano.

Esiste la concreta possibilità che il bando di gara vada deserto. Non sarebbe una sorpresa: le condizioni economiche imposte dalla Provincia (3 milioni di euro di canone annuo) e la necessità di investimenti massicci per mantenere un impianto siderurgico potrebbero scoraggiare eventuali nuovi entranti, con la proprietà che si rifiuta di partecipare a una gara che ritiene ingiusta. In tal caso, l’amministrazione si troverebbe in una situazione paradossale: non poter assegnare l’area e, al contempo, non poter concedere una nuova proroga a Valbruna senza incorrere in sanzioni europee.

Tale stallo giuridico potrebbe portare a una trattativa diretta tra la Provincia e la proprietà, mediata dal Governo attraverso il Golden Power, per giungere a una soluzione che contempli l’acquisto del terreno da parte dell’azienda o una concessione basata su criteri di utilità sociale e strategica.

Un ulteriore elemento di pressione è rappresentato dal ricorso al TAR presentato dalle Acciaierie Valbruna contro il bando di gara. La Regione Veneto ha deliberato formalmente di costituirsi in giudizio a sostegno dell’azienda, evidenziando come la decisione della Provincia di Bolzano leda gli interessi economici regionali veneti a causa della già citata interdipendenza produttiva con il sito di Vicenza.

Uno scontro tra enti locali in punta di diritto che sottolinea lo stato paradossale elicitato da una Direttiva sensata – come la Bolkestein – che però non è così semplice da recepire per ordinamenti giuridici non sempre aggiornati, come alcune branche della giurisprudenza amministrativa italiana.

La siderurgia italiana in Europa, i lavoratori a piedi in Italia

La crisi Valbruna si inserisce in un momento critico per l’intera siderurgia nazionale.

L’Italia è il secondo produttore di acciaio in Europa, responsabile del 16% della produzione totale dell’Unione. Con circa 36.000 lavoratori impiegati nel settore, la stabilità di gruppi come Valbruna è essenziale per mantenere questa quota di mercato. È necessario conciliare le regole della concorrenza con la necessità di proteggere i campioni industriali nazionali che operano in regimi di concessione, evitando che una normativa pensata per i servizi standardizzati finisca per smantellare i nodi vitali della produzione industriale avanzata.

La risoluzione della crisi delle Acciaierie Valbruna costituirà un precedente fondamentale per tutti gli insediamenti industriali situati su suolo pubblico in Italia, definendo se la “scarsità delle risorse” debba essere interpretata in senso immobiliare o se debba tenere conto della complessità, del valore strategico e della storia sociale degli impianti che operano su quel suolo.

Fino ad allora, mentre le leggi italiane bisticciano con quelle europee, il danno è fatto. E i lavoratori aspettano.

 

 

 

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Photo credits: radionbc.it

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