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Yvan Sagnet e il caporalato tra le macerie: Marche, 130 gli irregolari sfruttati nei cantieri del terremoto

Yvan Sagnet e il caporalato tra le macerie: Marche, 130 gli irregolari sfruttati nei cantieri del terremoto

Il fondatore di No Cap, durante una conferenza all'Università di Macerata, spiega come contrastare il fenomeno del caporalato in vari settori: tracciabilità del lavoro e trasparenza della narrazione. Se la politica collabora.

Monia Orazi

21 Novembre 2022

“Per contrastare il caporalato serve la tracciabilità del lavoro: su questo la politica è la grande assente, ha più strumenti rispetto a noi della società civile, perché legifera, perché ha un sistema di controllo economico importante. La politica purtroppo latita, e gli interventi che fanno spesso sono interventi spot, quando servirebbero risposte strutturali rispetto a fenomeni strutturali. Purtroppo gli interventi ai quali assistiamo spesso sono messi in campo per dimostrare che si fa qualcosa, ma poi alla fine non si hanno risultati”.

Parole di Yvan Sagnet, fondatore di No Cap, che organizzando lo sciopero dei braccianti alla masseria Boncuri di Nardò (Lecce), nella calda estate del 2011, ha dato il via a quel movimento che ha poi portato all’introduzione del reato di caporalato nell’ordinamento italiano, per poi inventare con l’associazione il bollino etico e la filiera certificata, che garantiscono il giusto prezzo ai produttori agricoli.

Sagnet è intervenuto a Macerata lo scorso 17 novembre, in occasione della presentazione del docufilm Tra le macerie – sfruttamento lavorativo ed infiltrazioni criminali nei cantieri SAE, girato dagli studenti dell’università di Macerata, che hanno vinto un bando della Fondazione Falcone per la legalità. Tema del cortometraggio il caporalato e gli appalti illeciti avvenuti nel 2017, durante la fase della costruzione delle soluzioni abitative di emergenza, le cosiddette casette, destinate a chi aveva perso la casa dopo i terremoti del 2016 nel Centro Italia.

Yvan Sagnet durante la conferenza all’Università di Macerata del 17 novembre, tra la docente Lina Caraceni e il rettore John McCourt.

Tracciabilità del lavoro, trasparenza della narrazione: il modello No Cap riguarda anche edilizia e giornalismo

Nei piccoli centri delle Marche – Visso, Arquata del Tronto, Ussita, Castelraimondo, Camerino – in tutti cantieri pubblici per la costruzione delle SAE, per dare risposte all’emergenza abitativa dopo la devastazione pressoché totale di intere zone, sono state impiegate in modo illecito diverse persone: sono circa 130 i lavoratori coinvolti. Truffa, abuso d’ufficio, falso, lavori affidati a ditte senza certificazione antimafia sono i reati contestati dalla Procura di Ancona, per cui lo scorso ottobre c’è stato il rinvio a giudizio di 19 persone e 15 ditte, tra cui i vertici della Protezione civile regionale delle Marche. L’inchiesta è partita da alcuni lavoratori, che appoggiati dalla FILLEA CGIL, hanno avuto il coraggio di denunciare.

Nelle immagini del docufilm il racconto del caporalato: sette giorni su sette di lavoro per undici ore al giorno, dalle sei di mattina alle otto di sera, ma questi lavoratori reclutati da un caporale non avevano i soldi per pagare l’affitto e venivano privati dei documenti; malattia e ferie non esistevano. Se si avvicinavano le forze dell’ordine ai cantieri, i lavoratori venivano mandati via. È accaduto anche nella costruzione dello studentato donato dalle Province di Trento e Bolzano all’Università di Camerino.

I lavoratori erano alloggiati in piccoli container, con un bagno solo per quattro persone, il riscaldamento solo un’ora di notte, in zone dove la temperatura nei mesi più freddi può arrivare anche a dieci gradi sotto zero. I lavori, tramite gli strumenti della rete d’impresa e del subappalto, erano stati affidati a una serie di imprese che non erano iscritte né alla white list – la lista delle imprese tenuta da ciascuna prefettura per rendere più agevoli i controlli antimafia – né all’anagrafe antimafia.

Sagnet, che come ama dire è passato dalla protesta alla proposta, chiede anche per il settore edile un’operazione “trasparenza” che permetta di tracciare il lavoro, e invita i giornalisti ad approfondire le questioni nel merito: “Il modello No Cap è applicabile anche all’edilizia, lo possiamo applicare a tutti gli altri settori economici come la logistica e il settore turistico. Serve tracciabilità, sia del lavoro che della filiera. In edilizia c’è un sistema di appalti e subappalti, ma tracciare il lavoro si può. Per ribaltare la narrazione occorre raccontare la verità sempre, entrare nel merito delle situazioni come giornalisti. Ci sono spesso confusione e interpretazioni diverse, quindi il giornalista deve iniziare a dirimere le questioni per far emergere la verità delle cose”.

Yvan Sagnet: “Ora il reato di caporalato punisce tutta la filiera”

Sagnet ha fondato l’associazione No Cap per ribaltare la prospettiva dello sfruttamento lavorativo nel mondo agricolo. Da studente di Ingegneria delle telecomunicazioni al Politecnico di Torino si era ritrovato bracciante agricolo in Puglia, grazie al passaparola, perché aveva perso la borsa di studio e per mantenersi agli studi era stato costretto a cercare un lavoro.

“Non conoscevo la Puglia, ma avevo necessità di lavorare e ho scoperto la brutta realtà del caporalato, una realtà che non mi aspettavo. Eravamo isolati dal centro abitato. Mi sono chiesto, siamo ancora in Italia o in un Paese del terzo mondo? Nemmeno nella mia Africa avevo mai visto cose di questa natura, gli esseri umani vivevano in una sorta di degrado estremo senza acqua né gas. C’è una legge parallela dello Stato portata avanti dai caporali. Non tutti i lavoratori percepiscono di essere sfruttati e di trovarsi in una situazione di profonda illegalità. Grazie agli strumenti culturali che avevo ho capito di essere in un contesto anomalo, ma ho dovuto arrivare all’estremo anch’io per capire che qui si parla di schiavitù”.

La battaglia ha portato ad ottenere l’articolo 203 bis che prevede il reato di caporalato, racconta Sagnet: “Cinque anni dopo il reato è stato completato grazie alla battaglia di tutti, la CGIL ha fatto da avanguardia per la modifica. L’articolo si limitava solo al caporale: è arrivata la legge organica che ha individuato le responsabilità degli altri componenti della filiera. Mi sono detto: se ci sono i caporali, ci sono anche i generali, e sono andato a ritroso a cercarli, perché il caporalato è solo un effetto di un sistema, che regge un modello economico, un reato commesso con la finalità del massimo profitto. Chi fa il caporale lo fa per tornaconto economico, di cui beneficia tutta la filiera”.

Dai caporali ai generali: la GDO

Per quanto riguarda il sistema agricolo, Sagnet individua il mandante nella Grande Distribuzione Organizzata: “La GDO impone i prezzi ai produttori, cifre bassissime che non consentono di reggere i costi. I prezzi pagati agli imprenditori sono 9 centesimi per un chilo di pomodori o 7 centesimi per un chilo di arance; gli imprenditori agricoli non ce la fanno ad affrontare più una serie di costi e non hanno potere contrattuale. Se l’imprenditore non accetta il prezzo imposto, la GDO si rivolge a un altro”.

Con cinquemila euro dati ad un caporale “ci si toglie il pensiero” di dover trovare e gestire il personale, spiega l’attivista di No Cap: “Il tema riguarda chi compra, ma il prezzo deve essere determinato da chi produce, non da chi compra. La Grande Distribuzione Organizzata ha messo in atto un meccanismo perverso che si ripercuote sull’anello più debole, i lavoratori. Le aziende hanno costi fissi, eccetto quello del lavoro”.

Sagnet ha spiegato che l’impostazione di No Cap è stata quella di intercettare tutti gli attori della filiera e proporre un modello di sostenibilità economica: “Partiamo dai generali dei supermercati, chiediamo di comprare i prodotti a prezzi giusti per cambiare le regole del mercato. Ci sono supermercati che riconoscono l’etica del lavoro, incontriamo anche produttori che non hanno più alibi e possono pagare normalmente i braccianti”.

“Abbiamo messo in campo una filiera sostenibile per tutti, ma un ruolo essenziale ce l’ha il consumatore. Per cercare di sensibilizzarlo abbiamo inventato il bollino etico, che ha la funzione di individuare i prodotti della filiera etica che vanno nei supermercati, che hanno aderito alla rete. Bisogna avere consapevolezza nei nostri acquisti, dietro una passata di pomodoro e arance ci sono volti e vite. Anche qui la narrazione va capovolta. I prodotti non possono venire prima dell’essere umano: prima vengono le persone con i loro diritti”.

Leggi gli altri articoli a tema Caporalato.

Leggi il mensile 115, “Infortuni mentali“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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In copertina, l’intervento di Yvan Sagnet al Nobìlita Festival 2019.