Il fenomeno si può riassumere in poche parole: finché si fa riferimento ai contratti collettivi nazionali, le paghe tendono a restare eque: il salario strutturale, quello derivato dalla contrattazione sindacale, registra un gap dell’8,5% tra lavoratrici e lavoratori.
Le cose vanno fuori controllo quando invece si considera il salario accessorio, ovvero quello che dipende dal rapporto tra la singola azienda e il singolo dipendente; superminimi individuali, straordinari, premi e benefit rientrano tutti in questa categoria, e dipendono dalle scelte dell’impresa e/o dalla contrattazione con il lavoratore, senza dover rendere conto ad accordi sovrastrutturali. È lì che il divario salariale esplode, raggiungendo il 23,6%.
Il passaggio non è banale, e merita una riflessione accurata, perché il salario accessorio vale meno di un quarto della retribuzione (23,4% per gli uomini, 20,3% per le donne) e produce il 46% dell’intera disparità: 2.484 euro dei 5.401. Più si sale nei ranghi, più il divario aumenta; più aumenta, più è fatto di decisioni individuali. È utile scomporlo nelle singole voci, dove il punto del discorso diventa lampante:
- per quanto riguarda i superminimi individuali, il gap arriva al 64,0% fra gli operai (437,6 € contro 1.215,0 €) e al 31,1% fra gli impiegati (3.523,5 € contro 5.115,2 €);
- negli straordinari, invece, arriva al 66,4% fra gli operai (432 € contro 1.284,6 €), al 59,5% fra gli impiegati, al 56,7% fra i quadri;
- se si considerano i benefit e altro, il divario di genere è del 40,7% fra gli impiegati e del 34,2% fra i dirigenti;
- da ultimo, come controesempio, i premi di produttività: là dove nascono da un accordo di secondo livello, con parametri scritti e uguali per tutti, il divario quasi scompare (5,8% tra gli operai); invece, se li assegna una valutazione individuale, il gap quasi decuplica (47,7% tra i dirigenti).
Sono meccanismi neutri sulla carta, e proprio per questo il fenomeno è difficile da definire: il superminimo premia una presunta capacità di negoziare che nessuno misura e nessuno verbalizza, e lo straordinario trasforma la disponibilità di tempo in denaro, colpendo chi quel tempo lo ha già dato in pegno a un asilo che chiude prima dell’uscita dall’azienda.
Il passo da qui al part-time e al lavoro agile è immediato: se non ci arrivi lavori meno – o lavori da casa. In un settore che vive a tempo pieno, i contratti part-time riguardano il 12,2% delle lavoratrici contro l’1,3% dei lavoratori; abbastanza da intuire che le cifre non descrivono una preferenza, quanto piuttosto chi porta il carico di cura. Allo stesso modo il lavoro agile – usato da una donna su tre e da un uomo su quattro – in questo quadro somiglia meno a una conquista e più a un modo di tenere insieme due giornate lavorative, aziendale e domestica.